La ragione per cui mi trovo qui a scrivere di un film uscito nelle sale più di tre anni fa (oltre al fatto che l’ultima scadenza impostami dal capo mi ha colto abbastanza impreparato, questo non lo nego) è che sono profondamente convinto che l’ultimo (capo)lavoro di Alfonso Cuarón rappresenti il cinema nella sua forma più pura, un cinema in grado di mettere da parte copioni contorti e dialoghi interminabili (coof coff Paolo Sorrentino coff) per lasciare spazio all’immagine nella sua forma e accezione più pura. Ogni singola inquadratura esiste per spiegare, non per essere spiegata dei personaggi. Perché il vero linguaggio del cinema non è la parola, ma l’immagine in movimento. E se questo rischia di creare un prodotto in cui la presenza massiccia di CGI sembra avere più importanza degli attori principali, poco importa. Perché, è vero, Gravity è apparentemente un blockbuster hollywoodiano costato una valanga di soldi. Eppure tra l’utilizzo di effetti speciali all’avanguardia e attori strafamosi come George Clooney e Sandra Bullock, si nasconde una semplicità che ha spiazzato gran parte dei cinefili.

Basti pensare al plot. Il film in sostanza è questo:

due astronauti dispersi nello spazio aperto devono trovare un modo per ritornare sulla Terra.
Fine.

Ok ma quindi? Perché soffermarsi su un film del genere?
In primis perché Gravity è una pellicola realizzata con una regia fenomenale (agli Oscar del 2013 vinse a mani basse tutti i premi tecnici, dalla regia alla colonna sonora). Il film si apre con un lunghissimo piano sequenza che permette allo spettatore di sentirsi coinvolto dal primo all’ultimo minuto. I campi sono ampissimi (come lo spazio, del resto) e spesso e volentieri sono i dettagli scrutabili sullo sfondo a fare la differenza e permettere di capre ciò che effettivamente sta per accadere. I movimenti di macchina sono talmente fluidi da passare dall’oggettiva ai primi piani alla soggettiva senza nemmeno che lo spettatore se ne accorga. L’utilizzo del 3D mai come questa volta ha avuto senso di esistere. E la colonna sonora è talmente travolgente da suggerire allo spettatore i momenti di svolta narrativi del film.

Ma non è finita qui, non c’è soltanto autocompiacimento registico in Gravity. Il film di Cuarón è innanzitutto un prodotto di intrattenimento, su questo non ci piove. Ma sarebbe un peccato godere di un lavoro del genere senza cogliere tutto il sotto-testo che traspare dalle immagini.
Combinando l’idea sovietica dello spazio, quella che negli anni ’70 aveva proposto Tarkovsky come luogo mistico e metafisico, con alcuni dovuti accenni alla pietra miliare di Kubric, Gravity rappresenta la meravigliosa metafora di una ri-nascita.
Capiamo in che senso.

La dottoressa Ryan Stone e Matt Kowalsky sono due astronauti che stanno lavorando alla riparazione del telescopio spaziale Hubble. Uno è un cazzone che spara battute e aneddoti idioti per tutto il tempo, l’altra è una donna particolarmente apatica, che esegue ogni movimento con estrema inerzia e stanchezza. Anche in seguito all’incidente che provocherà la distruzione dello Space Shuttle, Ryan si comporta come se, tutto sommato, di sopravvivere o meno non gliene freghi più di tanto. Capiamo in seguito, durante una conversazione tra i due colleghi, che l’apatia e la depressione di Ryan è dovuta alla prematura scomparsa della figlia. Non c’è dolore più grande (spiega il personaggio di George Clooney) che sopravvivere ai propri figli. Nel caso di Ryan, la tragica perdita (dovuta peraltro ad un incidente stupidissimo) l’ha portata a vivere la quotidianità in maniera totalmente passiva, in una sorta di non-vita. Sarà soltanto in seguito a diverse peripezie (e anche sfighe, diciamocelo) che la protagonista inizierà un processo di rinascita, ben spiegato attraverso diverse immagini che individuano distintamente le diverse fasi del concepimento e della nascita, che culminerà con l’accettazione della morte della figlia Sarah e, finalmente, con l’atterraggio sulla Terra.
Sono dunque diversi i temi che si potrebbero analizzare.
Perché Gravity è un film che ruota sull’istinto umano di sopravvivenza e sulla voglia aggrapparsi alla vita anche in presenza di condizioni estreme, ma è anche e soprattutto una pellicola che racconta la donna nella sua natura più intima e profonda. Si potrebbe discutere sul tema della religione (la protagonista Ryan spesso invoca “alla cieca” senza mai ricevere alcuna risposta). E se proprio si ha voglia, si potrebbe anche soffermarsi a riflettere sui pericoli dell’inquinamento spaziale.

Ma forse, più di tutto, Gravity è semplicemente un film di intrattenimento che racchiude tutto questo.

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Tra le inquadrature più significative vi è sicuramente quella in cui la protagonista Ryan viene mostrata in posizione fetale
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Caduta dei detriti sulla Terra – Il concepimento
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Ryan cerca di uscire dal modulo di salvataggio – Il parto
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Ryan, in quanto “neonata”, deve re-imparare a camminare
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Dedica finale molto particolare del regista alla madre.

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".