La prima stagione era stata un ottimo prodotto di intrattenimento.

La seconda è una gangster story che sgretola i sogni di gloria e le speranze di salvezza di qualsiasi personaggio coinvolto nell’intreccio criminale.

Non esiste né indulgenza né redenzione per i protagonisti della seconda stagione di Gomorra – La serie, che con toni ancora più duri e chiari rispetto a due anni fa ci tiene a mettere in chiaro due concetti:

  • non esistono camorristi eroi;
  • i camorristi sono tutti delle merde.

Con dodici puntate la squadra capitanata da Stefano Sollima mette a tacere tutte le critiche (totalmente idiote, sia chiaro) sul presunto fascino che i personaggi di Gomorra desterebbero nei confronti del pubblico giovanile e in particolare del pubblico campano. Basti pensare al giochino assai sadico in cui si sono cimentati gli sceneggiatori sin dalle prime puntate, ossia quello di prendere tutti i personaggi più amati della prima stagione e farli cadere uno dopo l’altro come fossero birilli, portandoli alla disfatta o, peggio ancora, a compiere gesti deplorevoli e inammissibili persino per un contesto criminale. Si comincia con Ciro (che già si era reso indifendibile, nella prima stagione, dopo l’assassinio della fidanzatina di Danielino) che strangola la moglie colpevole di essersi frapposta tra lui e il potere (sì, c’è tantissimo di Shakespeare in Gomorra, ma di questo ne parleremo tra pochissimo). Si passa a Salvatore Conte che non solo è costretto a nascondere una relazione omosessuale (e diciamocelo, a quale scugnizzo di Piscinola verrebbe mai in mente di imitare le gesta di un boss la cui dolce metà è un transessuale?) ma che viene pure tradito e ammazzato dai suoi stessi scagnozzi. E poi tutti gli altri, da Don Pietro a Genny Savastano. Passando per Malammore, il personaggio che, dopo aver ucciso a sangue freddo una bambina innocente, ha provocato tutta una serie di insulti diretti all’interprete (un bravissimo Fabio De Caro). Ora, si potrebbe discutere per ore su quanto questi soggetti siano dei perfetti idioti. Ma io credo che dietro tutto questo ci sia dell’altro. C’è il meccanismo intrinseco di questa serie. Non esistono eroi nell’ambiente criminale, dove anche il personaggio che più desta simpatia a stima nei confronti del pubblico è destinato a commettere atti bestiali o impopolari. Si tratta di un espediente efficace per destabilizzare il pubblico, orfano non solo dei personaggi deceduti ma anche (e, in questo caso, soprattutto) di quelli ancora in vita. È questo il vero motivo (non giustificabile, sia chiaro) per cui centinaia di spettatori si sono scagliati contro l’interprete di un personaggio che prima dell’ultima puntata incarnava la lealtà e l’onore, le qualità cardini con cui vengono fantasiosamente descritte le figure criminali nella storia della cinematografia, da Il padrino a Scarface. Ed è per lo stesso motivo che Genny, descritto per tutta la stagione come un menefreghista rispetto alle vicende che stanno accadendo a Scampia, compie un viaggio alla ricerca del potere che lo porterà di nuovo a contatto con la sua terra e la sua storia, fino ad indurlo, in uno dei finali shakespeariani più devastanti che si siano mai visti in tv, a tradire suo padre e permettere la sua disfatta.

Torniamo a Shakespeare. La sceneggiatura di Gomorra è densissima di riferimenti ad Amleto e a Riccardo III, come vale del resto per la totalità dei film e serie tv che trattino il tema del potere. E, soprattutto negli ultimi anni, la moda pare quella di voler recuperare tale materia per realizzare dei prodotti televisivi di intrattenimento, come nel caso di House of Cards o Game of Thrones.

Intrattenimento. Che in genere per la critica (soprattutto quella italiana) è una parola bruttissima.
Specie quando si parla di un prodotto incentrato sulle lotte di camorra a Secondigliano, per di più scaturito “da un’idea di Roberto Saviano” (chissà poi se sarà vera ‘sta cosa). Ed è facile per il pubblico cadere nel tranello di pensare “se in Gomorra spacciano droga a cielo aperto, allora a Secondigliano dev’essere così tuttora”.

Facciamo chiarezza. Gomorra-La serie si basa su fatti realmente accaduti che risalgono ad una decina di anni fa (vedere su Wikipedia Prima faida di Scampia e Seconda faida di Scampia), con tutte le opportune modifiche narrative del caso. Chi è veramente informato sa benissimo che oggi Scampia è una zona molto diversa rispetto ad allora, e le famose vele sono state per talmente tanti anni sotto i riflettori da essere ormai diventate più un elemento folkloristico che un covo della malavita.

E quindi? Perché trasmettere una serie che ha poco a che fare con la realtà e con il presente? Qual è il senso di tutto ciò?
Intrattenimento. Che nel cinema è tutto.
Perché la vicenda in Gomorra – La serie (prima e seconda stagione) è talmente ben sceneggiata e ben diretta, gli attori sono talmente magistrali, la fotografia è così ben realizzata e le musiche sono talmente psichedeliche che non serve trovare altra spiegazione che giustifichi l’esistenza di questo prodotto.

Sia chiaro, non è che la seconda stagione sia stata esente da difetti, sia dal lato della sceneggiatura (due esempi a caso: Ciro che elabora l’idea di uccidere la moglie nel giro di una decina di minuti; oppure Genny che riesce a volare da un continente all’altro senza problemi di alcun tipo col passaporto nonostante il padre sia appena evaso dal carcere) che del montaggio (alcuni cambi di inquadratura veramente brutti e fastidiosi alla vista).
Ma rappresenta senz’altro una conferma che personalmente, almeno a livello emozionale, mi ha preso pure più di due anni fa.

Stiamo ritornando ad essere quelli che dovremmo essere, cioè i migliori nel mondo. Gomorra 2, grazie

(Davide Pulici, fondatore di Nocturno cinema)

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".