Spesso, in prossimità di uno specchio d’acqua, mi sono fermato ad osservare appena sotto la superficie cercando di cogliere il minimo riflesso, la minima increspatura, la minima ombra che potesse segnalare la presenza di questo o quel pesce. Lucci, carpe, trote, salmoni… le acque nascondono sempre miriadi di specie diverse, pronte a manifestarsi nel silenzio di un fondale anonimo di sabbia e alghe.

Perché amo tanta varietà di specie? Perché mi sorprendo quando osservo l’ormai rara tinca spuntare dalle torbide profondità? Perché conosco bene le differenze tra i pesci, e le amo. Quando, in prossimità di un specchio d’acqua, mi trovo accanto ad un amico che non ha passato l’infanzia a pesca, come me, mi accorgo come esso riesca a vedere soltanto acqua indistinta in movimento. Quello che per me è il colpo di coda di un pesce gatto è per lui un normalissimo movimento dell’acqua, come ce ne sono mille in ogni istante.

Gli specchi d’acqua mi parlano, come ad alcuni altri amici, esperti della geografia dei monti vicino a casa, parla la linea delle montagne all’orizzonte, incapace invece di comunicare alcunché alla mia persona.

A me gli specchi d’acqua paiono una costellazione di eventi straordinari, mentre a qualcuno paiono nulla; questo perché io conosco la fauna ittica, so nominare i pesci, so riconoscerli: le cose esistono solo quando sappiamo dargli un nome. 

Così, senza conoscere le montagne sono in grado soltanto di vedere una linea nera, ma ecco che appena qualcuno inizia ad insegnarmi qualcosa di geografia inizio a scorgere questo monte, questa valle…tutto, all’improvviso acquisisce del senso.

La cultura serve a questo: a dare un nome alle cose. A fare in modo che il mondo sia pieno di cose, e che tutte queste cose possano risponderci e parlarci, che possiamo intrattenere un rapporto con loro, per comprenderle. Una cultura umanistica, inoltre, serve a cercare di trovare un nome alle mille sfumature dell’essere umano, alle emozioni e alle pieghe dell’esistenza; cosa che ha provato a fare la letteratura dai Mammut nelle grotte ad oggi.

Le cose esistono solo quando sappiamo dare loro un nome. Questo significa che quando iniziamo a parlare una lingua, quando iniziamo a partecipare ad una cultura specifica, il mondo sarà un insieme pullulante di tutte e sole le cose appartenenti a quella cultura – quella occidentale nel nostro caso. Dire che in Alaska hanno mille modi per dire neve – come recita il luogo comune – significa dire che è importante, per certe popolazioni, riconoscere mille sfumature di neve, mentre per noi, la neve, non è altro che manto bianco e non ci interessa che sia altro; allo stesso modo non abbiamo parole per chiamare gli spiriti guida degli indiani d’america, perché gli spiriti guida li abbiamo sempre chiamati “intenzioni”. Il nostro mondo è fatto di tutto quello che sappiamo nominare, e basta.

Questo non è solo un bene, perché la sfida del linguaggio è una sfida politica. La cultura in cui ci troviamo di questi tempi, in Italia, ha creato la parola casta, parola e concetto pieni di vigore, tanto da creare una intero nuovo territorio del confronto politico. Parole come burocrazia, vaccini, creativi, sud, terroni, gender eccetera, sono tutti termini nati artificialmente ed usati nel linguaggio comune in quanto portatori concetti ben precisi.

L’entità che più di tutte nella storia ha visto, e vede, scorrere attraverso di essa il maggior numero di parole diverse, è l’uomo. Grazie, o per colpa, dell’impossibilità di una definizione universale di essere umano, esistono da sempre migliaia di definizioni che non fanno altro che instillarsi sulle vite degli uomini e dare loro dei confini, dei parametri, delle classificazioni. Malati, lavoratori, schiavi, dirigenti, donne, bambini…sono tutti termini il cui orizzonte degli eventi varia nella storia e nello spazio.

Propaganda antisemita, guarda l'immagine più in basso per cercare le differenze.
Propaganda antisemita, guarda l’immagine sotto e cerca le differenze.

Questo lo sapevano bene i nazisti – e lo sanno bene i regimi, in particolare – la cui propaganda si concentra sulla creazione di nuovi concetti e sull’eliminazione di concetti esistenti attraverso le parole. Lo sanno tutti, la prima mossa in chiave antisemita fu la delegittimazione degli ebrei dallo status di “umani”; nessuno avrebbe accettato di uccidere degli uomini, ma uccidere qualcosa in meno di un uomo non è un problema – e non lo è nemmeno oggi.

Non siamo in un regime, oggi, ma da anni è sorta un’immensa letteratura popolare e politica sulla figura del migrante. Il termine migrante ha avuto, come tutti i termini, connotazioni storiche ben precise. In base alle opinioni politiche, allo stato, alla città dove si vive, e a quant’altro, questo termine ci indica cose diverse.

Facendo un giro di pochi minuti sul web ho raccolto queste parole, riferite ai migranti: invasione, risorse, mare, clandestini, ius soli, italiani, padroni, diritti, Allah Akbar, terroristi, casa, razzisti, terremotati, hotel, Africa, 35 euro, rubare, PD, controlli, Bello Figo, Europa, populismo, frontiere, guerra, ladri.

E soprattutto: noi e loro, italiani e stranieri, terremotati e migranti.

Propaganda anti-islamica, guarda l'immagine sopra per cercare le differenze.
Propaganda anti-stranieri, guarda l’immagine sopra per cercare le differenze.

Tutti questi termini, e queste ultime dicotomie che separano gli uomini dall’alba dei tempi, non fanno altro che sovrastare e sostituirsi alla semplice vita umana che tenta di sopravvivere e che si sposta nello spazio per farlo. E lo fa formando una “cultura”, un “sapere”, che ha creato mille concetti nuovi, situazioni nuove e nuovi equilibri sociali il cui effetto è quello di distrarci dalla radice di fondo che abbiamo scordato: l’uomo, le conseguenze di tutto questo sono simili a questa. Durante il nazismo questo era un processo volontario, oggi probabilmente non è così programmatico, ma non è difficile riconoscere come tutte queste definizioni, tutte queste potentissime parole, abbiano modificato il nostro rapporto con altri esseri viventi, con altre persone, la cui realtà è addirittura sparita: non ci sono più uomini, c’è tutt’altro ma non più esistenza umana, esattamente come appena prima e durante l’Olocausto.

Leggete qualsiasi articolo o qualsiasi commento sul web per accorgervi di tutto questo.

Quello che, per me, oggi, nella Giornata della Memoria, ha valore ricordare è ricordare come è sia andata, la storia, e tentare di dimenticare il presente. Dimenticare tutto quello che sappiamo sui migranti, tutto il nostro sapere su di loro, per tentare, da uomo a uomo, da vita a vita, di sostituire il sapere culturale con un’esperienza reale: andando a incontrare qualcuno, andando a vivere degli attimi della nostra giornata con altre persone e i loro colpi di tosse, la loro lingua, il loro odore, il loro calore, i loro sogni, i loro crimini, i loro sguardi e nient’altro.

Solo un’esperienza diretta, capace di instillare nella nostra mente concetti e parole nuove, diverse da quelle di un ordine di sapere che ci fa parlare e pensare in un certo modo, potrà farci dimenticare quel che sappiamo e rimanere in silenzio di fronte alla superficie dell’acqua – che al contrario del profondo, oggi ha il valore dell’oblio. Dobbiamo imparare a rimanere di nuovo a bocca aperta per i semplici riflessi del sole, senza sapere nulla dei pesci, provando ad immergersi per vedere se è più utile saper nuotare o conoscere la biologia.


P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteIo no pago libro
Articolo successivoOroscopo Sportivo
Max Maestrello ne dice: Andrea Nale, ovvero "Lo strano caso del dottor Nale e di Andrea ByMat". In un diario giovanile scrive: "Venni dunque gradualmente avvicinandomi a quella verità, la cui parziale scoperta m'ha poi condotto a un così tremendo naufragio: l'uomo non è veracemente uno, ma veracemente due". E infatti, miscelando varie erbe recuperate nei campi del paese natio, il dottor Nale, di giorno stimato filosofo e comunicatore, di notte si trasforma in Andrea ByMat, musicista dedito alle strofe in rima accompagnate da gesti strani delle mani. Rimane, a tenerlo in bilico tra le due identità, l'ossessione per le parole, siano esse scritte o dette su una base musicale. Prima che una delle due parti prenda il sopravvento / fonda "Lungoibordi", ed è contento. Scrive "Malgradotutto".