G8 Genova, Come fai a capire che un evento diventa un tornante della Storia? 

Del G8 di Genova, non so niente. Davvero, niente: e mi chiedo, come si fa a distinguere un tornante della storia? Come è possibile capire che  un evento visto, raccontato, da lontano, osservato, persino non vissuto da ognuno di noi, o persino vissuto da quelli che lì c’erano, e l’hanno vissuto ognuno diversamente, a loro  modo, dal loro punto di vista; come si fa a sapere, dicevo, ad essere sicuri, come sono e siamo  che i giorni di luglio del 2001 sono stati per tutti un segno indelebile nella vita, un tratto di pennarello sugli occhi, una sciabolata talmente forte che siamo ancora qui tutti a parlarne?

“Una volta ogni tanto, una volta ogni tanto ci sono giorni in cui tutto è bianco o tutto è nero”, dice Jed Bartlet, il presidente di The West Wing nel suo dibattito presidenziale: “In quei giorni si finisce spesso a contare i cadaveri”. Lì si intendeva dire che la politica, la realtà, la vita, sono cose complesse, e che non è possibile dare risposte semplici a problemi complessi. E se lo si fa, il mondo crolla. Genova fu così: un problema complesso, lo sviluppo del mondo, il capitalismo, la democrazia, le manifestazioni, il futuro della sinistra, i grandi della Terra, le discussioni, il sole, le contestazioni, tutto insieme in un singolo punto. Una singolarità, credo, la chiamano gli scienziati, un grumo di materia talmente denso che poi succede qualcosa, di strano, di misterioso, di non spiegato, e quella collassa e poi esplode.

Un problema complesso, una risposta semplice, a Genova:  una violenza senza ritorno. Quella dei manifestanti violenti, della devastazione e del saccheggio; quella dieci, cento, mille volte più odiosa, sbagliata, immorale, ingiustificata, quella delle forze dell’ordine. A Genova l’umanità si risolleva dalla schiena chinata del medioevo dei campi, a Genova nel 958 nasce il primo libero comune, la Compagna Communis, che apre la strada alla ricrescita delle città, agli studi giuridici di Bologna, all’umanesimo prima, al rinascimento poi, alla cultura moderna infine. Non è fantastoria dire che senza la Superba, nessuno di noi sarebbe qui per come è ora: a Genova la civiltà nasce, a Genova la civiltà ha preso una botta in faccia talmente forte che ancora si sta riprendendo. E forse non si riprenderà mai, e di certo non sarà più come avrebbe voluto essere.

Di Genova non so niente: non c’ero. Ero in montagna, un campo scout: classico. Eppure, ricordo un ragazzo più grande di me che si fece comprare il giornale, quel giorno: “Voglio vedere che sta succedendo a Genova”. E tornato a casa, chiesi ai miei: a Genova, che è successo? “Ah, già, tu non sai niente”. Già, di Genova non so niente.

Ed è questa la prova più straordinaria di come un evento sia diventato crocevia ineliminabile della storia recente, fatto storico su cui chi studierà dovrà confrontarsi, interpretare, approfondire, scrivere e scrivere ancora: la prova più lancinante sta nel fatto che di Genova è nella mia vita, e nella vita di tutti noi, anche se non ne so niente. Anche se non ero presente. Anche se non ero attento, anche se ero girato, impegnato a fare altro. E’ come se a Genova fosse scoppiata una bomba talmente grande da far cascare pezzi e detriti ovunque, nel cortile di ognuna delle nostre case, al confine delle nostre vite, cosicché ovunque si cammini, chiunque di noi trova e troverà sempre una parte di Genova.

Di Genova ha parlato e suonato tutta la musica che ascolto da quando sono piccolo; tutti i film, i registi, la politica, la letteratura; di Genova abbiamo parlato alle autogestioni a scuola, sono venuti i testimoni a raccontarci – e ancora una volta, io non c’ero, avevo promesso che avrei seguito un’altro corso: ancora una volta, di Genova non so niente, eppure, Genova è qui. Di Genova parlano i fumetti, i documentari che abbiamo visto; parla la storia intorno a noi, parla la società che è venuta dopo, dopo quello e dopo l’11 settembre, parlano i ragazzi della Diaz, le sentenze, parlano le scelte della politica, le zone oscure e mai chiarite dello Stato, lì dove è nero, il mondo e il paese per come sono andati dopo Genova. Di Genova non so nulla: eppure tutto, ci parla di Genova.

Ed è questa forse la tortura che spetta a tutti noi, come a ripagare quella, fisica, che hanno subito gli occupanti della scuola Diaz. Perché la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo fa una cosa, una cosa importante: ridà il giusto significato alle parole, riappropria le cose del loro senso. Tortura fu, tortura: ripetetevi la parola. Tortura: tipo la vergine di Norimberga, tipo squartare le persone legate a quattro buoi, tipo legare al palo e lasciare sotto il sole, tipo il waterboarding a Guantanamo, tipo la goccia cinese. Tortura, tortura, tipo il medioevo: a Genova fu tortura.

E così che riconosci un tornante della storia: ti viene a prendere a casa. Ti tortura. Non se ne va. Puoi scacciarlo, lui ritorna. Tutto ti parla di lui. Si ripresenta, ciclicamente. Cresce con te. Lo ritrovi nei discorsi di chi ti è vicino. Dove la tortura ha colpito più forte, lascia segni più duri, che diventano espressione, canzone, urgenza di raccontare: libri, cinema, poesia, narrazione. Genova plasma una generazione, anche avesse plasmato una sola persona, ti rincorre, non va via, si diffonde. La paura, il ricordo, il dolore, sono virus contro i quali non c’è anticorpo.

Di Genova non so niente, tranne ciò che è evidente:

“Dal bar, caffè e grappini: verde un’edicola vende la vita;
Resta, amara e indelebile,
la traccia aperta
di una ferita.”

Francesco Guccini, Piazza Alimonda

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".