Nel luglio di due anni fa mi trovavo, assieme ad altri ragazzi provenienti da tutta Europa, ad un campo di volontariato in Israele/Palestina. Mi piace aggiungere la parola “Palestina” perché, nei quindici giorni di quella splendida avventura, non siamo mai entrati nei territori occupati della Cisgiordania, limitandoci ai “villaggi arabi d’Israele”, quelli cioè dove la maggior parte degli abitanti si sente palestinese e viene trattata da cittadino di serie B, minoranza nello Stato ebraico.

Con i tanti ragazzi locali conosciuti in quei giorni, era impossibile non tirare fuori l’argomento calcistico. Perché, piaccia o non piaccia, è sempre questo il tema più gettonato, di più facile e immediata fruizione, ad ogni latitudine.

Ebbene, tra un Real Madrid e un Barcellona, e tra un Barcellona e un Real Madrid (fastidiosa conseguenza di questo football moderno che valica ormai ogni confine, cancellando ogni sorta di senso di appartenenza pallonaro), ecco Mohamed, un ragazzino di quindici anni che, nonostante la maglia di Messi orgogliosamente indossata, alla domanda sulla squadra del cuore risponde con tono fiero: “Sakhnin”.

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Immediatamente travolto dal fascino esotico di una squadra totalmente nuova per il mio sapere calcistico (ebbene si, nemmeno io l’avevo mai sentita nominare), comincio subito ad informarmi e porre domande a cui Mohamed (che poi scoprirò fine conoscitore della materia) risponde con un entusiasmo tale da contagiarmi all’istante.

E subito scopro di trovarmi di fronte ad una squadra diversa dalle altre, una squadra che rappresenta un “qualcosa di più”, uscendo dall’universo meramente sportivo.

A due anni di distanza, alla ricerca di una bella storia di sport da raccontare, non riuscivo a trovarne una che potesse spiccare sulle altre.

Quand’ecco che, alla notizia che due bombe hanno colpito la Donbass Arena, splendido stadio dello Shakthar Donetsk (Donetsk è una città dell’est dell’Ucraina, una zona in cui le proteste filorusse sono fortissime, tanto che la squadra si è trasferita temporaneamente nella città di Leopoli per disputare i propri match casalinghi), il pensiero è andato al solito intreccio esplosivo tra sport e politica. E nello specifico, ad un caso in cui lo sport si fa portatore di principi sani, di messaggi di pace e tolleranza che lo rendono spesso il miglior veicolo (o quantomeno il punto di partenza) per il superamento delle situazioni più drammatiche e intricate. Ho pensato insomma a quella squadra di cui quel ragazzino era così orgoglioso, tanto che i suoi occhi, al momento di parlarne, si illuminavano.

L’Ihud Bnei Sakhnin (in arabo: Ittihad Abna Sakhnin, letteralmente “Figli di Sakhnin Uniti”) è la squadra di Sakhnin, una cittadina di 25000 abitanti della Galilea. Milita nella Ligat ha’Al, massima divisione del calcio israeliano.

La sua storia comincia nel 1991, quando il giovane imprenditore Mazen Ghanayem riunisce le due piccolissime realtà calcistiche della città, il Maccabi Sakhnin e l’Hapoel Sakhnin. Rapidamente, la squadra comincia a scalare le gerarchie del calcio israeliano, riuscendo a raggiungere, al termine della stagione 2002-2003, la prima divisione.

Sulle ali dell’entusiasmo, l’annata seguente il Sakhnin si rende protagonista di una straordinaria cavalcata nella Coppa di Stato, la principale coppa nazionale d’Israele. Dopo aver eliminato in semifinale il Maccabi Tel Aviv (la “Juventus d’Israele”), i biancorossi travolgono l’Hapoel Haifa per 4-1, divenendo in un colpo solo la prima squadra arabo-israeliana a riuscire nell’impresa e la squadra arabo-israeliana più vincente del paese.

Il trionfo schiude inoltre le porte del palcoscenico europeo, dal momento che la squadra vincitrice della Coppa Nazionale ottiene il diritto a partecipare alla seconda competizione europea per club, la Coppa Uefa. Dopo aver superato il turno preliminare ai danni degli albanesi dell’FK Partizani Tirana, la squadra può così volare in Inghilterra per affrontare il Newcastle United, avendo dunque l’onore di giocare nella terra dei maestri del gioco. L’onorevole sconfitta è solo il degno coronamento di due splendide annate.

I Figli di Sakhnin Uniti sono giocatori ebrei e arabo-israeliani, spagnoli, africani, brasiliani; sono un allenatore ebreo e un presidente arabo; sono tutte le religioni. E una tifoseria che sugli spalti mescola le bandiere palestinesi a quelle con la stella di David.

Ma la favola del Sakhnin non è ancora terminata. Spinto dalla sconfinata passione dei suoi tifosi e da ingenti investimenti esteri (l’emiro del Qatar patrocina la ricostruzione dello stadio del club, non a caso ribattezzato “Doha Stadium”), sembra poter ripetere l’impresa nella stagione 2007-2008, questa volta in campionato. I Figli di Sakhnin arriveranno quarti in classifica (miglior posizione di sempre), contendendo fino all’ultimo la vittoria al Beitar Gerusalemme, in una sorta di trasposizione sportiva del conflitto.

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Infatti, i tifosi del Beitar sono da sempre noti per le loro idee di estrema destra e le spiccate posizioni “anti-islamiche”. Gente che non aveva mai avuto (e voluto) giocatori non ebrei in squadra, e che ha reagito all’acquisto di un ceceno di religione musulmana incendiando la sede del club.

Anche negli ultimi anni, l’Ihud Bnei Sakhnin riuscirà ad ottenere piazzamenti di prestigio, senza peraltro conseguire altri titoli. Ma il vero successo la squadra della Galilea l’ha ottenuto al di fuori del rettangolo di gioco, in una sfera che va ben al di là di quella esclusivamente sportiva.

Una squadra che ha riunito nello stesso luogo, negli stessi canti e nelle stesse celebrazioni persone che mai avrebbero pensato di tifare per la medesima causa. Che ha fatto dimenticare raid e bombardamenti, espropri e confische, check-point, muri e barriere. Magari anche solo per 90 minuti a settimana.

I Figli di Sakhnin Uniti hanno cancellato, almeno in una piccola porzione di Terra Santa, ogni divisione, divenendo un simbolo di tolleranza, convivenza e speranza, e imponendosi come un piccolo tassello per la costruzione del lungo e complicato processo di pace israelo-palestinese.

 “Il Bnei Sakhnin è considerata la squadra che rappresenta gli arabi in tutto il mondo, specialmente quelli dei territori occupati.

Il club significa molto per tutti noi arabi dentro e fuori Israele, e mi rende orgoglioso che questa squadra arabo-israeliana stia ponendo il proprio nome nei libri di storia d’Israele, dicendo che noi siamo ancora qui. Noi siamo Palestinesi!”

 Mohamed. 17 anni. Sakhnin.

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Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.