“Stai cercando un senso dove non c’è”, mi ha detto il collega delle agenzie di stampa: “Che vuoi capire. La gente si droga, troppo forse”, ha continuato. Cappelli in testa, facce tese, dietro di noi il Tevere scorre. Con una collega della televisione prendiamo da mangiare: “Una storia terribile”, dice: “C’è dentro un po’ tutto. La perversione, la droga, un po’ di omosessualità”. Torniamo verso la porta di Regina Coeli dove sono passato per cercare quel che mi mancava. C’è lì un avvocato che pochi minuti prima era stato assaltato dalle telecamere: “Chiediamo scusa ma sa, è il nostro lavoro”, dice la collega; “chiedo scusa io per la reazione”, continua il legale: “Ma sa, quando vengo aggredito reagisco male”. E lì qualcosa mi colpisce. Aggredito, aggressore. Tutte persone. E che differenza c’è, mi chiedo allora, fra lui, te, noi, fra me e Marco Prato?

Termodinamica dell’adolescenza

Dieci sciatori volevano andare sulle piste a tremila metri in Val Pusteria, era anche una bella giornata: la montagna gli è cascata addosso. Sei sono morti. E si può dare la colpa al caso, alla sfiga, al riscaldamento globale e sono tutte cause adeguate: dal punto di vista formale, strettamente fisico, è solo energia potenziale. C’è della neve molto in alto e delle persone sotto: potenzialmente, è pericolosissimo; infatti succede qualcosa e qualcuno ci resta secco. E’ così con le valanghe, è così con le persone: è termodinamica. “Credo che le persone in qualche modo accumulino energia potenziale, attraverso le esperienze, attraverso il vissuto, attraverso ciò a cui assistono”, mi ha detto il coinquilino ingegnere: “Ovviamente chi più e chi meno. Ci sono persone più propense ad accumulare energia, altre meno, così come ci sono composti chimici che hanno un potenziale maggiore rispetto ad altri che non ne hanno affatto. In ogni caso, chi ha accumulato un potenziale ha la possibilità di sfruttarlo e trasformarlo in energia, perché tutti tendiamo al minimo energetico, a liberarci dell’energia in eccesso”. Già.

Si può dire che la trasformazione di Marco Prato sia iniziata proprio dalla perdita di peso: quei chili di troppo che negli anni del liceo gli procuravano le prese in giro degli altri maschi, insieme ai suoi modi effeminati. Qualcuno oggi sorride anche per quella folta capigliatura ostentata nelle foto più recenti. Un ciuffo ribelle di cui nessuno dei vecchi compagni ha memoria e che alle rimpatriate si dice sia il risultato di un trapianto. «C’era sempre qualcuno pronto a insultarlo chiamandolo “Ciccione” o “frocio”», racconta Paolo, un compagno del tempo. Ma in molti ricordano che lui ha sempre dato l’impressione di non curarsene troppo. Aveva un carattere forte e difficilmente passava inosservato: almeno di vista lo conoscevano tutti perché non era il tipo da stare in disparte. Era un adolescente interessato, quel tipo che interviene per dire la sua al cineforum senza timore dei giudizi altrui. Un anno si candidò alle elezioni per i rappresentanti d’istituto.

E un giorno, con calma, sarà interessante raccontare com’è stare sdraiato sul letto frignando coi tuoi perché gli altri non ti invitano a giocare mentre sai che il problema è che sei ciccione, antipatico e antipatico perché ciccione; e quando io e Pep Guardiola avremo aperto un sito internet sfogatoio per ragazzi con la calvizie precoce, ci faremo due risate raccontando cosa vuol dire rendersi conto a diciannove anni che perderai i capelli all’incirca due anni dopo che hai deciso di farteli crescere, e di come “dai l’impressione di non curartene troppo” mentre ti informi sulla differenza fra Minoxidil, Finasteride e sugli effetti collaterali. E di come la politica possa essere un bel modo di metterti in gioco o anche un teatrino del proprio narcisismo a qualsiasi età (“sai, è normale, c’è chi ha voglia di apparire” mi hanno detto dopo una recente assemblea commentando il comportamento di un tale: “Tu al liceo eri così alla fine”, ha completato un’amica). Potremmo raccontare tutto “ma questo domani, con fede migliore: stasera è più forte il terrore”.

Quanto male hanno fatto in tutti questi anni a Marco prima che lo facesse lui agli altri, dovremmo chiederci? No: cazzate autoassolutorie per violenti indulgenti. La domanda reale è un’altra: quanto male Marco ha permesso che gli altri gli facessero e cioè quanto male si è fatto, quanto dolore ha accettato, quanto della propria profondità ha riempito di oscurità come complice involontario (e perciò doppiamente pericoloso) dei suoi fantasmi prima di perdere del tutto il contatto con la realtà? “In termodinamica”, ancora, “il concetto di bilancio termico è alla base. L’energia si conserva. Se viene liberata da qualche parte verrà trasferita. Se una persona libera il proprio potenziale, qualcun altro ne subirà le conseguenze”: ecco. Perché le sensazioni sono fatti, ho imparato, e se lo senti esiste: quello che ci fai poi però è una tua responsabilità e tua soltanto, non di ciò che hai sentito, o di chi, in ipotesi, ti ha fatto del male, t’ha fatto pesare la vita, t’ha chiamato pelato, o altre menate: pensare il contrario è un errore di metodo, scrive un illuminante Emanuele Kant. Indagare il senso del proprio malessere senza prima identificarlo come tale è un’inversione della morale, rovescia il pensiero “ed è già una malattia dello spirito, o ad essa conduce” e di lì al manicomio.

Lo sporco segreto è che però così da soli non ce la si fa. Servono amici pazienti su cui scaricare per anni drammi inesistenti, il coraggio di costruirsi anche mentre sei terrorizzato da tutto ciò che ti circonda, qualche valore su cui camminare, qualcosa da rincorrere, qualche amore non ricambiato per il quale provare a lottare. E per vedere dove si va a finire quando ormai tutto è perduto a volte serve fare il salto in più, serve quella che si chiama energia di attivazione: “Appena apri il fornello di casa esce gas metano”, mi ha spiegato: “Nell’aria circostante c’è ossigeno. Eppure non vedi immediatamente la fiamma, non esplode casa istantaneamente. Intorno al fornello si crea solo una miscela di aria e metano. Per accendere effettivamente la fiamma devi usare un accendino”. Serve un saltino insomma, serve il coraggio di rischiare. Oppure un bicchiere di vino prima di uscire. Oppure la droga, di cui tutti parlano come se fosse la causa della tragedia e non, più semplicemente, le chiavi di casa: Marco e Manuel avevano già deciso quel che volevano fare. Invece del coraggio di sbagliare da sobri hanno scelto la cocaina, che gli ha dato il coraggio per girare per strada vestiti solo delle loro intenzioni.

E probabilmente non avevano nemmeno le risposte alla domanda che in ogni caso hanno evitato di farsi: quella che il padre di Prato, devastato dal dolore, ha provato a lanciare al cielo: «Dove ho sbagliato?». Una domanda che ne nasconde un’altra, profonda per me e solida: Marco, pensaci, ti sei chiesto cosa avrebbe detto tuo padre? Una domanda che mi ha condotto su strade nuove verso un problema che ho trovato vitale.

Il problema del padre

Ho aperto e chiuso più volte l’articolo prima di riuscire a leggerlo tutto, colpito e immerso nelle parole di un padre innocente e straziato.

«Papà ti prego aiutami». «Certo che c’è?»Ma niente poteva prepararlo a quel racconto. «Avete ucciso? Chi avete ammazzato?». Solo guardando suo figlio negli occhi ha capito che diceva sul serio. «Era gonfio di cocaina – racconta a Porta a Porta – era ancora sotto effetto, aveva gli occhi di fuori. Non si capiva, gli ho detto: che significa? Spiegami bene»

Spiegacelo tu, dall’inizio e per bene se ci riesci, cosa pensi di aver sbagliato con tuo figlio; perché se l’è chiesto anche il padre di Marco Prato sul suo blog (“a volte quel che succede annebbia la speranza, richiama dolore, intacca la fiducia nella bontà delle relazioni umane, (…) tende a mortificare una vita intera spesa nel difendere e diffondere valori di tolleranza, di rispetto, di amore per la vita, la vita di tutti”), ne discettano sui giornali editorialisti e commentatori. A me sembrano fiumi di inchiostro che ruotano intorno ad una realtà semplice eppure nascosta, che prova a metterci tutti in una prospettiva nuova: è impossibile sapere cosa abbia sbagliato un padre perché la paternità non esiste, ho letto. Ci ho riflettuto, e in effettti pensiamoci: la paternità non è un atto automatico e naturale, la paternità è un dato culturale, relazionale, e così diventa sempre un’adozione; ha bisogno del sì, del consenso, nello stesso momento o successivo, del figlio.

Lo avevano colto i latini quando dicevano che la madre è sempre certa, il padre mica tanto: lo dicevano perché la forma è sostanza e infatti il padre romano adottava suo figlio già nato, con un atto deliberato. L’ha imparato Ettore quando si è tolto l’elmo e ha sollevato Astianatte portandoci tutti dall’era guerriera e animale all’era della tenerezza civile. Lo dicono i preti bravi a chi li vuole ascoltare: “Se in questi giorni volete farmi incazzare davvero”, ha detto Don Andrea a Colico, “parlatemi del ‘progetto di Dio per noi’. Noi non abbiamo il burattinaio Mangiafuoco: noi abbiamo un padre. Un padre genera: e questo è tutto il suo progetto. Il resto è la storia della nostra libertà” e sta a noi costruirla con responsabilità. E lo sa mio padre, a cui l’ho chiesto e mi ha confermato: di padri, lui, ne avrà avuti almeno tre che si ricordi, e chissà quanti altri che s’è dimenticato. E può saperlo ognuno di noi se ripensa al momento preciso in cui nostro padre è divenuto nostro papà, cosa ha fatto, in che modo si è preso cura di noi, in che modo – principalmente – noi gli abbiamo permesso di farlo e tutti i momenti in cui abbiamo rifiutato invece il suo aiuto, perché quanto eravamo bravi noi da soli e allora schiatta, sai che c’è di nuovo?

Insomma: avere un padre è una condizione “necessaria ma non sufficiente” ad evitare di far cazzate. Me l’ha detto mio padre, quindi credo mi fiderò. E quando andavamo in giro su una monovolume diesel già scassata su e giù per l’Italia e l’Europa e sentivamo i dischi una canzone faceva: “Il padre è solo un uomo e gli uomini son tanti: scegli il migliore, seguilo e impara”. Perché la paternità, se è sempre adottiva, potremmo pensarla come un puzzle, un’avventura collettiva: e mi sembra più o meno quel che hanno scoperto in anni di lotte e di movimenti le femministe. “Le donne”, mi ha confermato la femminista, “montano e smontano la società perché si montano e smontano reciprocamente ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. E’ tempo che inizino a farlo anche gli uomini”.

Per me sì: è tempo, ed è urgente. Per quel che ho visto c’è bisogno di formazione, di aiuto, di ragionamento collettivo e capillare sull’identità e la formazione dell’uomo, del maschio. Perché credo che se guardiamo in faccia Marco Prato possiamo scegliere di ignorare il dato evidente: Marco Prato, come me, è un imbecille. “Hannah Arendt“, mi ha scritto un amico sociologo mentre andavo via da Regina Coeli, “descriveva Eichmann come un imbecille, a tratti un po’ naif. E ci ha insegnato che il male lo fanno principalmente gli imbecilli bellocci”. E un imbecille – definizione per me perfetta: grazie – è uno scemo: una persona a cui manca un pezzo, incompleto, e che non si è mai procurato un bastone (in-bacillum, senza bastone).

Leggendo le cronache dell’omicidio del Collatino mi sembra che si possa agire in due modi: dare la colpa alla follia, al momento, al PR gay della Roma Bene che, annoiato da tutto e con tutto in tasca, ha deciso di “andare oltre” per il solo gusto di provare emozioni nuove. Oppure renderci conto di quanti salti siano stati ignorati, quante escalation siano state assecondate, quanti giudizi siano stati evasi, quanto prima ci si potesse rendere conto di cosa stesse succedendo in quella storia e in ogni storia intorno a noi a partire dalla nostra. “Siamo tutti in ritardo su qualcosa, sempre”, mi ha scritto un’amica.

Forse è vero che viviamo nell’era fluida, disintermediata e orizzontale, e allora ce la prendiamo con tutto ciò che comporta. Un’era cui abbiamo fatto saltare tutti i sistemi di controllo: l’Ancien Regime, via; i preti, via; la società borghese, via; la famiglia tradizionale, via; il socialismo, via; il mondo diviso in blocchi, via; i partiti, i sindacati, la società dell’abbondanza, via. Se ci facciamo caso, sono tutti giochini per maschi: metodi di sfogo della violenza, di incapsulazione dell’energia, circuiti di gestione del potere maschile. Gingilli per dare un’occasione a noi frustratelli: le donne hanno fatto la rivoluzione, il femminismo ha abbattuto tutto. E ha fatto bene.

L’etica della tenerezza

Questo però mi sembra che ci lasci con un compito nuovo per il quale lo stesso femminismo consolidato potrebbe essere inadeguato, superato, persino problematico: perché le donne hanno imparato – e insegnato – a difendere la sovranità dei corpi e degli spazi delle persone, e hanno posto – agli uomini principalmente – il problema politico delle relazioni, delle violazioni, delle invasioni. Questo è necessario ma non sufficiente: il femminismo della difesa, la persona aggredita che si libera disegnando e reclamando lo spazio intorno a sé urlando, se necessario con tutta la forza che ha in corpo, credo che non esaurisca ma anzi ponga in maniera urgente il problema della formazione e della formazione del maschio.

Ho paura che l’alternativa sia avere persone che rimangono più sole – donne principalmente – e, ben più problematico, maltrattanti (di sé e degli altri) lasciati in giro per le strade, liberi di autoassolversi senza prendersi le proprie responsabilità, piccoli e grandi Marco Prato e Manuel Foffo. Le femministe questo lo sanno, mi hanno spiegato, tanto che stanno riorientando la propria strada: “Il femminismo classico ha esaurito la sua funzione”, ho sentito davanti a una birra: “Siamo alla terza fase, quella delle correnti autonome. Fra queste, l’etica della cura: le donne tornano a reclamare le virtù femminili classiche – famiglia, maternità – nel nuovo contesto dei rapporti egualitari”. Mi sa che questo lascia a noi, prevalentemente maschi bianchi eterosessuali – imbecilli per natura, maltrattanti per cultura – la responsabilità dell’etica del nuovo tempo: mi piacerebbe chiamarla l’etica della tenerezza; che essendo un’etica non viene su da sola: va imparata.

Dovrebbero pensarci le famiglie? Pensavano di esserci riusciti entrambi i padri dei due assassini del Collatino e forse lo pensa ogni padre in ogni casa, il mio, il tuo. Forse ognuno pensa di aver fatto del suo meglio, forse l’hanno fatto tutti, forse qualcuno no, forse qualcuno ha chiuso le orecchie e ha rifiutato chi gli insegnava a prendersi cura di sé stesso. La strada dell’inferno è davvero lastricata di buone intenzioni e le statistiche hanno la testa dura: lasciare il pallino alle famiglie, sperare che le varie agenzie educative che già ci sono (scuola, parrocchie, associazioni) salvino qualche vita senza fermarci un momento e chiederci davvero se siamo abbastanza attrezzati, mi sembra scegliere di diventar complici.

Anche perché gli strumenti ci sono già: vanno trovati e praticati, e potenziati e diffusi. Ci sono libri rivoluzionari e bellissimi in cui ho letto che la violenza – quella di Marco, la mia, la tua – è una scelta semplice, edonista e dunque di per sé efficiente: si cerca di ottenere quel che si vuole senza passare dalla strada lunga, è “una via dannosa e disfunzionale per soddisfare bisogni normali”. Il che rende Marco Prato più che un mostro, un pigro: il mostro peggiore. Ci sono gruppi di autocoscienza maschile nei palazzi agli angoli delle città in cui gli uomini provano a fare – goffamente e con imbarazzo – quello che alle donne è servito per un po’ prima di rendersi conto che, avanti come sono, potevano pure farne a meno. E ci sono strutture di conforto vitali, nascoste e clandestine: centri d’ascolto per uomini maltrattanti, operatori formati e corsi di formazione, psichiatri silenziosi e gentili. Puntini, pezzetti di città e di storie da unire nella stessa direzione: una meta, chissà, forse impossibile da raggiungere e però una strada per me necessaria da percorrere.

Forse rimango un imbecille a pensare che Marco Prato fosse una persona con un problema gigantesco. Forse è solo l’abisso del male. Forse è “un turbine che distrugge tutto, forse è un uragano che scuote, che sconvolge”, mi hanno scritto cogliendo il momento: un dolore che rompe, che toglie l’equilibrio. Quello che credo è che intorno a noi ci siano tanti Marco Prato, piccoli e grandi, tanti imbecilli che non si sono mai fatti aiutare; e quello che so è che c’è un confine molto labile fra un “non sei pericoloso, solo invadente”, un “tranquillo, non hai sbagliato nulla”, e la prima pagina della cronaca di Roma del gennaio 2018; quello che spero è che se potenziamo gli strumenti di formazione e controllo, se raccontiamo che la violenza è nella fragilità umana, una fragilità che si può sostenere solo se ci si fa carico di sé stessi e si chiede con dignità e responsabilità aiuto forse salveremo qualche Luca Varani, qualche donna sfregiata, salveremo qualche famiglia prima ancora che nasca. “Il contenimento del rischio è tutto”, alla fine.

Questa forse è l’era dei superficiali: funzionanti, lineari, senza problemi e per questo funzionali. Per i profondi allora è l’era del coraggio. E la differenza fra me e Marco Prato è semplice: a me è andata bene, ed è questione di attimi e di scelte. Io ho chi mi ha insegnato qualche valore e la metà della metà m’è arrivato; c’è chi mi ha dato una zappa, e ho imparato a zappare; ho provato a guidarmi, a volte grazie all’affetto, a volte grazie a parole severe, a volte grazie a dolorose badilate sui denti, su avventure nuove e profonde che ho avuto il coraggio di vivere completamente, con la testa ogni giorno un po’ più alta. Con la saccenza di uno spretato ponevo un anno fa il tema dell’antifascismo interiore e della responsabilità: una signora nei commenti mi riprese sostenendo che fossi molto comodo a parlare degli altri. Aveva ragione.

Col fascista che non vedo ho girato un intero anno. L’ho avuto sempre in tasca, l’ho portato in giro per l’Italia: un viaggio lungo e bellissimo che verrà bene come regalo per un compleanno futuro. Sostenevo che con il proprio fascista interiore si dovesse – e si potesse – fare in qualche modo i conti e non immaginavo ancora il giro straordinario che queste frasi mi avrebbero fatto fare: quel che conta è che, seduto sulle panchine di questa stazione, posso dire per ora di aver avuto ragione. Quel che fa la differenza fra me e un brutale assassino è l’assunzione di responsabilità che sono pronto a fare, il coraggio con cui invento le strade necessarie per crescermi e la tenera lentezza con cui ci cammino sopra: con tutta la forza, con tutto l’amore.

 

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".