Nell’anniversario della caduta del muro di Berlino il popolo catalano ha votato “Sì” al referendum per l’indipendenza, ecco cosa significa sentirsi cittadini di una Spagna-che-non-è-Spagna.

Reportage fotografico di Mattia Cacciatori.

“Estaca” è una parola catalana che significa palo, steccato, recinto. È anche il titolo del più famoso brano di Lluís Llach, senza dubbio il più grande cantautore di questa Spagna-che-non-è-Spagna, come la definiva il mio professore di storia al liceo. Il recinto come metafora del regime, da abbattere ad ogni costo ma assieme, pacificamente, un poco alla volta. Si tratta di una canzone di protesta, contro ogni dittatura, che è stata riproposta e tradotta in tutte le lingue del mondo, un po’ come la nostra “Bella ciao”. Ogni Catalano la conosce a memoria, ognuno ha ben presente quel concerto dell’85 nel Camp Nou, quando, dopo molti anni di repressione, la si poteva finalmente cantare nella sua versione originale, liberi dalle imposizioni della censura franchista.

Facciamo un respiro profondo ed entriamo in questo stadio per 4 minuti e 39 secondi, per una traduzione nella vostra lingua, qualsiasi essa sia, vi consiglio questo link.

Chi in questo stadio c’è entrato negli ultimi anni per vedere una partita del Barcellona, si sarà accorto che nel momento esatto in cui il tabellone indica il minuto 17:14, l’intero settore catalano esplode in un solo grido: indipendenza! Il riferimento è all’anno 1714, quando la Catalogna di Carlo VI perse la propria indipendenza per mano della corona di Spagna. Come ogni disfatta che si rispetti avvenne l’11 di Settembre, e oggi questa data ha assunto i toni di una grande festa, la più grande della Catalogna. Ebbene sì, la festa più importante per i Catalani è in realtà il ricordo della perdita della loro autonomia, sepolta sotto quattro secoli di storia. A tenerla viva ci pensa la gente stessa, negli ultimi anni con intensità crescente, come le grandi manifestazioni di questi ultimi anni ed il referendum di ieri hanno saputo dimostrare.

 Cos’è successo ieri? La Catalogna ha votato se diventare o no uno stato indipendente, finalmente.

Dico finalmente perché qui, da un mese a questa parte, non si parla d’altro. L’indipendenza ha catalizzato il discorso politico giorno e notte, a qualsiasi ora. Fino all’altro ieri, quando ancora nessuno sapeva se questa chiamata del popolo alle urne sarebbe stata tollerata dal governo centrale: dichiarato incostituzionale il referendum ufficiale, il governo catalano ha optato per continuare comunque in modo non vincolante, con una grande risposta popolare che ha messo a disposizione più di 40.000 volontari per aprire più di 1.300 seggi improvvisati ma estremamente efficaci. Alla fine il rilassamento di Madrid (forse troppo estremo, per un paese che si definisce democratico, mandare la polizia a ritirare le urne subito dopo la chiusura dei seggi) ha “permesso” che la Catalogna si esprimesse. Per i Catalani il voto è stato liberatorio. In queste ultime settimane si respirava un’aria pesante impregnata di voglia di cambiamento. Voglia di voltare pagina, voglia di metterci una croce sopra. E letteralmente lo hanno fatto, oltre due milioni di persone, con un risultato a dir poco scontato: il “Sì” ha vinto di oltre l’80%.

In questo voto i Catalani hanno riversato non solo la frustrazione per una serie di condizioni economiche e politiche alle quali non vogliono più sottostare, ma soprattutto desideri, sogni e aspirazioni per un paese ideale nel quale vivere.

I sogni nel cassetto di ognuno sono venuti a galla, chi ne parla con gli amici, chi li pubblica in internet, chi li appende al balcone della propria casa, scritti in rosso su cartelli gialli.

Da quello di Teresa che dice: “Voglio un paese che legga di più” a quello di Joan che vorrebbe “un paese senza indipendentisti”, a ricordare l’esasperazione che il dibattito ha raggiunto.

Quello di ieri è stato dunque un successo per la Catalogna che inizia ora il vero cammino verso l’indipendenza. Inizia ora perché questa votazione serve innanzitutto a mostrare all’Europa e al mondo che gli stati possono nascere anche pacificamente, usando la penna e non le armi, ma soprattutto unendo le persone verso un unico obiettivo.

Nei prossimi anni il dovere della politica sarà parlare davvero chiaro alla gente quando, un giorno, un referendum vero si terrà. Perché fino ad ora il discorso si è rinchiuso sulla questione “Indipendenza si, indipendenza no”, tralasciando tante domani importanti, che rispondono al “come” e “a quali condizioni” far nascere questo nuovo stato.

 Ma occorre anche dire che questo grande successo della Catalogna non sarebbe stato tale con un presidente spagnolo più intelligente, aperto, innovatore. Sono in molti qui a Barcellona che pensano che se Rajoy non fosse stato così chiuso (mentalmente e politicamente) i “Sì” non sarebbero stati così numerosi. In questi ultimi anni la Spagna non è mai riuscita a costruire una forte identità nazionale, valorizzando le splendide differenze che il suo popolo racchiude. Ha tentato la linea dura, il pugno di ferro, facile certo, ma inefficace se confrontato con l’apertura e la diplomazia. Rajoy ha perso perché non ha mai tentato di fare in modo che i Catalani votassero “No” ma mettendo ogni ostacolo possibile alla realizzazione del referendum. Sono ormai molti mesi che i due governi non si parlano, troppo per qualsiasi rapporto che si dichiari civile. Rajoy, non parlando al popolo catalano, ha deciso di non parlare con 7.5 milioni – il 16% – dei suoi connazionali (se è ancora il caso di dirlo): una mossa non del tutto astuta. I soli a solidarizzare paiono essere i Baschi, che cantano “L’estaca” assieme ai Catalani, ma questa si sa, è un’altra Spagna-che-non-è-Spagna.

 Secondo la Spagna (quella vera) la Catalogna ha alzato un muro. Secondo la Catalogna il muro è stato abbattuto. Il tutto nel venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Ma questa è la Storia, e qui le coincidenze non esistono, si creano.

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".