Per i grandi appassionati, il calcio argentino ha sempre rappresentato un mondo a parte, quasi uno sport a sé stante. Affascinante, elettrizzante, pazzo. Emozioni allo stato puro che vanno oltre il rettangolo verde, passando attraverso le voci di telecronisti scatenati o i cori degli “hinchas”, i tifosi più passionali e devoti, entusiasti e violenti che si possano immaginare. Un fútbol lontano, ma non per questo meno appassionante.

E se negli anni sempre più tifosi si sono avvicinati a questo universo esotico, il merito è anche, e soprattutto, di giocatori semplicemente unici. Giocatori che non avrebbero ragion d’essere ad altre latitudini.

In un giorno di fine gennaio, uno di questi, Juan Roman Riquelme, si è ritirato. L’ha fatto all’età di 36 anni, dopo aver vinto tutto con la maglia della sua squadra del cuore, il Boca Juniors.

Una carriera controversa, iconica. È stato uno degli ultimi “diez” del calcio mondiale, il classico giocatore “che valeva il prezzo del biglietto”.

Lo chiamavano “El Mudo”, il muto, per il suo carattere schivo e taciturno.

In un calcio dal tatticismo esasperato, costruito quasi esclusivamente su atletismo e fisicità, ha incarnato uno degli ultimi baluardi di quel modo romantico e poetico di intendere il gioco. Il suo era un calcio lento, ragionato, ma illuminato da un’eleganza senza eguali. Un calcio tipicamente sudamericano, per l’appunto.

Nato a San Fernando il 24 giugno del 1978, milita nelle giovanili dell’Argentinos Juniors, la squadra dove cominciò anche un certo Diego Armando Maradona.

Ma ben presto su di lui mettono gli occhi tutti i più importanti club argentini. Uno così passa una volta ogni tanto. Sarà il Boca Juniors a strapparlo all’agguerrita concorrenza, staccando un assegno da 800 mila dollari.

Con la maglia degli Xeneizes diventa ben presto un idolo, e non ci vorrà molto affinchè nel quartiere della Boca, a Buenos Aires, tra i tanti murales dedicati al Pibe de Oro non comincino a spuntarne alcuni dedicati a lui. Juan Roman Riquelme è il nuovo profeta con la 10 “azul y oro”, un’autentica istituzione per quella gente che vive il calcio come fosse una religione.

Sotto la guida del suo mentore Carlos Bianchi, Riquelme vince tutto quello che sia possibile vincere: 3 campionati argentini, 2 volte la Coppa Libertadores (la Champions del Sudamerica) e, nel 2000, la Coppa Intercontinentale ai danni del Real Madrid dei Galacticos. Viene inoltre premiato due volte come calciatore argentino dell’anno e una come calciatore sudamericano dell’anno.

lungoibordi - ribaltamento di fronte - Juan Roman Riquelme
Juan Román Riquelme, “El Mudo”, ex centrocampista del Club Atlético Boca Juniors.

Tutto è pronto per il grande salto nel calcio più importante. Tutto è pronto per lo sbarco in Europa.

Nel 2002 passa al Barcellona per 9 milioni di euro. Ma si capisce subito che con l’allenatore olandese Louis Van Gaal non c’è feeling. Il tecnico, fautore di un calcio estremamente tattico, fa fatica ad inquadrare tanta classe all’interno dei suoi rigidi schemi, e ben presto dichiara: “Con la palla al piede è il miglior giocatore al mondo, senza ci fa giocare in dieci”.

La mediocre stagione della formazione Blaugrana fa il resto. Meglio cambiare aria.

Nell’estate del 2003, dunque, Juan Roman Riquelme si accasa al Villarreal, dove, agli ordini del mister cileno Manuel Pellegrini (detto “El Ingeniero”), il suo infinito talento esplode anche nel vecchio continente.

Conobbi “El Mudo”, o meglio mi accorsi del suo fútbol magico, in due sere di marzo del 2006. Il “Submarino Amarillo” affrontava l’Inter nel doppio confronto valevole per i quarti di finale di Champions League. Una delle più grandi disfatte della mia squadra del cuore passò quella sera in secondo piano davanti a tanta grazia e maestria.

Riquelme conduce il Villarreal alla semifinale della più prestigiosa competizione europea per club. Per raggiungere la finale di Parigi e compiere un’impresa storica resta solo un ostacolo chiamato Arsenal.

Ed è qui che l’incantesimo svanisce. All’ultimo minuto della gara di ritorno El Mudo ha tra i piedi il rigore decisivo, ma lo calcia timidamente tra le braccia del portierone tedesco Jens Lehmann.

È una delusione insostenibile, raddoppiata un paio di mesi più tardi dall’eliminazione ai mondiali tedeschi, contro i padroni di casa. Ancora dagli undici metri. Ancora contro Lehmann.

La sua avventura europea finisce di fatto qui. Il rapporto con Pellegrini si incrina, El Mudo è triste e desidera tornare.

Desidera rientrare nel suo mondo, quel mondo dove il calcio è poesia e lentezza, sogno e improvvisazione.

E ovviamente Juan Roman Riquelme riparte dal Boca Juniors, riparte dalla sua gente, ancora lì ad attenderlo alla mitica Bombonera.

Fa in tempo a vincere di nuovo tutto. Fa in tempo a deliziare tutti i tifosi di un calcio spensierato, a riempire gli occhi di tutti coloro che se ne fregano di tattiche, schemi e mero risultato.

Spesso, nel corso della partita, lo vedevi estraniarsi, limitarsi ad una piccola porzione di campo, dove sembrava quasi fare l’allenatore, o il vigile. Ma da lì illuminava la scena, con quella sua andatura ondeggiante e a tratti dinoccolata, quel suo incedere lento ma inesorabile, quel suo tocco di palla dolce e delicato.

Ce ne restano gran pochi di fantasisti così, in un panorama ormai costituito da giocatori veloci, fisici, diligenti, ma dotati di scarsa fantasia.

Spesso mi impegno inutilmente nel cercare parole per descrivere giocatori, situazioni, stati d’animo. In questo caso non c’è nulla di più saggio che il rifugiarsi nelle parole di Jorge Valdano, grande attaccante argentino degli anni ’70 e ’80:

“Chiunque, dovendo andare da un punto A ad un punto B, sceglierebbe un’autostrada a quattro corsie impiegando due ore. Chiunque tranne Riquelme, che ce ne metterebbe sei utilizzando una tortuosa strada panoramica, ma riempiendovi gli occhi di paesaggi meravigliosi.”

Juan Roman Riquelme, “El ultimo diez”.

Licenza Creative Commons
lungoibordi.it dilungoibordi.it è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.
Based on a work at http://www.lungoibordi.it.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso http://www.lungoibordi.it.
CONDIVIDI
Articolo precedenteDa Miami a New Orleans.
Articolo successivoIl libro dell’8 Marzo – Dita di Dama
Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.