Adoro viaggiare. Non sono il primo, non sono l’ultimo e nemmeno l’unico. Quello che sto scrivendo di certo non cambierà né me, né voi. Non sto cercando di convincervi a comprare o fare qualcosa; non ho offerte speciali e nemmeno una soluzione definitiva ai vostri mali.

Tento, con parole mie, di fare un piccolo viaggio tra i video, di viaggio, che negli ultimi anni hanno lasciato il segno, che mi sono piaciuti o semplicemente che raccontavano di qualche luogo sperduto nel nostro globo terracqueo dove di sicuro in futuro poserò i miei piedi e mi lascerò guidare in cerca di non si sa poi bene cosa.

Rimane per me un mistero come ci si possa sentire a casa in qualunque parte del mondo; certo, talvolta dobbiamo avere un’enorme capacità di adattamento, ma se siamo qui (intendo come specie), vuol dire che qualcuno si è adattato prima di noi, e non poco (e se ne volete sapere di più Alberto Boscaini è ben felice di darvi tutto quello che volete in nome dell’evoluzionismo).

Riflettevo sul fatto che, pur non avendo solcato più di due continenti (spero di poter aggiornare questo numero al più presto), ho l’impressione o la presunzione di conoscere tutto, di esserci già stato; il merito, o la colpa, va in gran parte al caro vecchio buon tempo che trascorro su internet, divorando minuti e minuti di video. E uno tra i miei preferiti esprime esattamente la sensazione che sto cercando invano di trasmettervi, l’illusione del viaggio.

 

Io sono quell’omino. E certo, non sono la stessa cosa, il viaggio vero e l’illusione del viaggio; però a me piacciono entrambe ed entrambe nascondono sfaccettature diverse. A pensarci bene, una è conseguenza necessaria all’altra; io quando sono in viaggio, viaggio, e quando non lo sono ho bisogno di qualcosa che mi porti via, di una valvola di sfogo, di vedere e di conoscere tutto, di illudermi, appunto.

E non conta la destinazione, la guida che usate o le scarpe che avete ai piedi e che vi portano a spasso: conta solo la predisposizione, al viaggio. Non si può mangiare con la bocca chiusa, insomma. E in merito alla destinazione, io personalmente prediligo certe zone, certe situazioni: le strade del mondo, che poi sono le strade di Los Angeles, ad esempio.

 

Non vado al mare da molto tempo ormai e chi mi conosce sa che non sono a mio agio al sole, alla spiaggia, alla canicola; non mi sono adattato a quello, diciamo. Adoro però quando ci si prepara “per il mare”: i giochi, l’ombrellone, le pinne, il pranzo. Si insacchetta tutto e ci si incammina ‘ammare. E in quel momento, del mare, si sente l’odore. E si sente pure quello del caldo e della sabbia, e della macchia mediterranea, e lì vengono i brividi. Che non sai se è l’emozione, del mare, o quello sbalzo di temperatura che c’è appena prima di arrivarci, un misto di zone calde e zone fresche dove arriva il vento, del mare.

Quei brividi sono sicuro che si possono trovare anche al largo del Marocco, dove comincia l’oceano.

 

E il viaggio, come fa un innamorato con un pezzo di legno levigato dal mare sulla sabbia, lascia un segno che rimane. Se siete fortunati quel segno rimane enorme e indelebile, e non temete, al momento giusto si farà sentire, verrà fuori e vi riporterà in qualche piazza dove suonava una certa melodia, in qualche viuzza in salita che tanto vi ha fatto sudare o, cosa che mi succede molto spesso, in qualche prelibatezza assaggiata inaspettatamente durante il percorso.

Capita anche che si possa essere ancora più fortunati, che il viaggio sia così intenso da cambiarvi; il nome sul biglietto di ritorno è lo stesso di quello dell’andata, ma niente è come prima e da lì non si torna indietro. Non vale la pena arrovellarsi, avete già passato il punto di non ritorno. Così è stato per me quando ho assaggiato per la prima volta Istanbul, perla incastonata tra due continenti, specchio di rivalità e di somiglianze; un’immensa distesa di esistenze che lascia senza parole.

 

Io sono qui. E tu dove sei?

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Cecilia Pigozzi ne dice: Francesco Bonato per finta fa l’ingegnere civile, il dj della musica da situazioni, il baskettaro in serie D, il type designer. Francesco Bonato per davvero fa il videomaker, all’inizio lo faceva per finta anche quello ma poi alla fine è diventato vero. Scrive "Letterbox".