Cosa fa uno a Ferragosto? Cuoce una costata intera imitando il mago del barbecue Steven Raichlen? Beve quattro casse di Peroni ghiacciata per idratarsi in questa estate bollente (per il CNR il Luglio appena trascorso è stato in Italia il piu’ caldo da quando si effettuano le misurazioni, con uno scarto di +3.6°C dalla media di riferimento 1971-2000)? No, risponde parafrasando l’inarrivabile Sordi all’interessante visione del mondo tramite gli occhi di un filosofo, quelli di Andrea Nale. Risposta che racchiude molte ore di chiacchierate avute con morosa (e non perculatemi perchè uso questo termine), amici e colleghi.

Pomo della discordia è un articolo dell’ottimo Stefano Feltri, apparso su Il Fatto Quotidiano del 13 Agosto, in cui si riporta un recente working paper del Centre for European Policy Studies (CEPS) a firma di Miroslav Beblavy, Sophie Lehouelleur e Ilaria Maselli. Il titolo scelto da Feltri “Il conto salato degli studi umanistici” ha scatenato le ire più o meno funeste (citazione colta) di coloro che hanno una formazione universitaria di stampo umanistico. Peggio ancora ha fatto una delle conclusioni a cui sono arrivati i tre ricercatori del CEPS, secondo cui, in un mondo in cui l’accesso all’istruzione terziaria è sempre più facile, non sia più l’avere il famigerato “pezzo di carta” bensì quale “pezzo di carta” si abbia a fare la differenza. Gli autori trovano infatti che il “net present value” (NVP), il valore attualizzato, delle lauree differisce di molto tra aree di studio. Analizzando i dati riguardanti 5 paesi (Italia, Francia, Polonia, Slovenia e Ungheria), Beblavy e colleghi concludono che tra le 4 aree di studio considerate (Education, Arts and Humanities; Social science, Business and Law; STEM-Science, Technology, Engineering and Mathematics; Non-tradable services) gli studi umanisitici siano quelli con il minor valore attualizzato medio (con il maggiore scarto dalla media tutti i NVP). Come enfatizzato dagli stessi autori: se accettiamo di considerare l’istruzione come un investimento una formazione umanistica pare essere un pessimo investimento in generale, e ancor di più in Italia e Francia. Un pessimo investimento se lo può permettere chi ha le spalle coperte anyway, di certo non chi ha una sola freccia al proprio arco.

Sacrilegio! Noi, la patria del rinascimento! E via con la mai doma diatriba tra “umanisti” e “scientifici”. Diatriba per certi versi paradossale, perchè lo stesso studio del CEPS dice che il valore attualizzato medio di una laurea di area “scientifica” nei paesi esaminati è sì superiore a quello di uno di area umanisitica ma ben inferiore a quello di un titolo in Social sciences, Business and Law (anche se non è così altrove). Nella accesa discussione che ne è seguita con Andrea, Cecilia e altri amici “umanisti”, mi è stato detto che questi articoli sono dannosi perchè suggerirebbero scelte di vita contrarie al talento di ogni persona, che dovrebbe invece seguire solo la propria naturale inclinazione. Questo tipo di reazione ha, a mio avviso, due componenti: da un lato vi è un rifiuto nell’accettare che l’istruzione sia in effetti un investimento umano ed economico (e come tale è associato ad un fattore di rischio) e dall’altro una mancanza di preparazione scientifica, rinvigorita recentemente anche dall’enciclica papale “Laudato si’”, che porta a male interpretare il significato dello studio in questione (e non solo).

In un mercato del lavoro sempre più competitivo, in cui sono richieste specifiche capacità, è vitale avere a propria disposizione quante più informazioni, scientificamente ottenute, possibili così da operare una scelta consapevole riguardo alla propria carriera, limitando per quanto possibile i rischi associati e le conseguenze che ricadrebbero inevitabilmente sulla collettività. Volenti o nolenti questo è quello che ci dicono questi numeri. E may god bless il libero arbitrio, che ci permette poi di esercitare senza vincoli ogni nostra scelta. Forse che sia preferibile una scelta non informata dalle potenziali ricadute terribili (perchè la disoccupazione lo è, e diversi studi dimostrano come i laureati in ambito umanistico siano più a rischio disoccupazione degli altri) ad una scelta ben ponderata, frutto di un bilanciamento di diversi fattori?

Quello che è invece dannoso è la mancanza di una preparazione scientifica che ci permetta di comprendere il contenuto dell’articolo per quello che davvero è. A cosa mi riferisco? Dalle parole di Andrea e da molti dei commenti all’articolo di Feltri si evince chiaramente come sia stato male interpretato il messaggio. Chiaro sintomo ne è la risposta del tipo:”Non è vero, io ho studiato Lettere Antiche, la laurea umanistica mi è servita per questo e quello, non sono mai stato disoccupato e guadagno tot”. Quello che il paper del CEPS riporta è il valore attualizzato medio della laurea per area di studio (deviazione dalla media generale), ottenuto considerando un campione di persone ritenuto statisticamente rappresentativo. Ficchiamocelo tutti bene in testa, ripetendolo alla lavagna come Bart Simpson: io, i miei conoscenti, i miei familiari NON facciamo statistica perchè non siamo un campione grande abbastanza e soprattutto strutturato correttamente per poterne trarre conclusioni scientificamente solide.

Uno dei pregi della formazione scientifica, se corretta, è il fornire gli strumenti per astrarre dai localismi, rifiutando qualsiasi conclusione che non sia stata sufficientemente giustificata. Nei programmi scolastici dell’istruzione secondaria questo aspetto della formazione è largamente minoritario e contribuisce alla creazione di un approccio mentale inadatto ad un mondo come quello in cui viviamo, come i due esempi che descrivo di seguito:

 

1) Senza metodo scientifico non sappiamo distinguere i fatti dalle opinioni. Quando sento che ogni opione è equiparabile (e quante volte l’abbiamo sentito al liceo?) rischio sempre il colpo apoplettico. No! Ci sono opinioni supportate dall’evidenza empirica (fatti) e opinioni non supportate! Una corretta formazione scientifica include la conoscenza del metodo scientifico, del concetto di replicabilità, di rappresentatività, del processo di peer-review che (quasi) ogni paper scientifico deve superare. Senza di essa non possiamo distinguere tra una conclusione tratta correttamente ed una tratta “ad arte”. Volete un esempio? I prepensionamenti per garantire lavoro ai giovani, un errore che nella letteratura economica viene definito “Lump of labor fallacy”, ovvero considerare il lavoro una quantità fissa definita. Pensate che vi sia una solida evidenza empirica a supporto dei prepensionamenti? No, non c’è ma è un’ opinione ormai così diffusa e ripetuta da diventare una verità. Altro esempio? Il caso “Stamina”, in cui test clinici condotti senza rigore portavano a conclusioni prive di alcun fondamento scientifico ma un paio di puntate de “Le Iene” sono bastate a  rendere tale cura la panacea per tanti malati che versavano in condizione terrificanti.

2) Senza una base scientifica confondiamo la correlazione con la causalità. Viviamo in un mondo dannatamente complesso, dominato da processi di difficile previsione (un po’ come il tempo meteorologico) e commettiamo quotidianamente il grande errore di pensare che esista (e cercare) una soluzione facile per problemi difficili. Scordiamocelo. Molti di coloro che propongono soluzioni facili lo fanno, quando in buona fede, perchè credono che una correlazione implichi causalità. Ovvero che ovunque esista una correlazione tra due fenomeni esista tra essi un rapporto di causa-effetto. Internet è un luogo meraviglioso, specie da quando ho scoperto il sito Spurious Correlations. Guardiamo il primo grafico in home page: la correlazione tra il numero di suicidi per impiccagione, strangolamento o soffocamento e quanto gli Stati Uniti spendono per scienza, spazio e tecnologia è 0.99, su un massimo di 1.00. Perdiana! Dite a Obama di tagliare la spesa per investimenti in scienza, spazio e tecnologia! Subito! Ne va della vita di migliaia di persone! Ma anche no. Sai che gioia se la correlazione implicasse necessariamente un legame causale? Due righe di MATLAB si risolverebbero la fame nel mondo, il climate change e forse anche la caduta dei capelli. Questo artificio retorico è ben più usato di quanto si possa immaginare, a partire da coloro che suggeriscono di uscire dall’euro per svalutare perchè quel tale paese ha svalutato e il PIL è cresciuto di tot (diamine perche’ nessuno ci ha pensato prima?). Un ultimo esempio che racchiude tutta la nostra scientific illiteracy: recentemente sono state riportate dalla cronaca alcune morti di giovani per una presunta assunzione di sostanze stupefacenti. Prime pagine dei giornali, talk-show, bar:”dobbiamo fermare questa ecatombe!”. Siamo davvero davanti ad un picco nei decessi causati delle droghe? Neanche per sogno. Le morti per droga sono calate a picco dalle 1002 del 1999 alle 344 del 2013 ed il trend è costante. E vai che abbiamo confuso un’ opinione con un fatto. Non paghi: dove sono morti questi ragazzi? Tutti in discoteca (e vai di correlazione spuria!). Chiudiamo tutte le discoteche così non muore più nessuno!

Non sono certo qui a suggerire a tutti di iscriversi a medicina o business (anche perchè andando a saturare il mercato i numeri del paper andrebbero a cambiare radicalmente) ne’ a proporre la superiorità morale delle scienze sulle arti. Sono qui ad evidenziare che in più occasioni dimostriamo una forma mentis (e daje con le citazioni colte) che ostacola la comprensione di ciò che accade attorno a noi e grava sulle prospettive di benessere, come ricordato anche nel documento EUROPE2020:”the current supply of STEM skills is considered to be insufficient and when combined with forecast growth in demand for STEM skills, these shortages present a potentially significant constraint on future economic growth in Europe”. Contando che nessuno di noi sia un seguace della descrescita “felice” (sai che felicità tornare a vivere come 50 anni fa!) vi chiedo: siamo davvero convinti di potercela fare a sopravvivere in un mondo così complesso con il nostro deficit sistemico di conoscenza scientifica? I doubt it.

 

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Cecilia Pigozzi ne dice: "Edoardo guarda il cielo per non guardare la terra, anche se a volte l'occhio gli scappa, e di solito è per una partita della Juve. Ha traslocato passione e cinismo da Crevacuore (Biella) fino a Berlino, passando per Edimburgo, ma finora è tutto intatto". Scrive The meaty-orologist.