Immaginate una ragazza alla finestra, avvolta in una coperta, che guarda fuori con una tazza fumante in mano, o ancora, un uomo sdraiato su un’amaca, un libro, una giornata di sole, l’ozio e l’abbandono più completo.

Queste sono immagini che a me piace far scorrere nella mia testa quando si parla di digiuno.

Cominciamo col dire una cosa: il digiuno non è punizione ed è sbagliato pensare che lo sia così come è sbagliato usarlo come metodo educativo. Insomma, non vale la regola “stasera a letto senza cena”. Il cibo non è e non deve diventare oggetto di ricatti. Prendere qualcuno per fame equivale a torturarlo, parliamoci chiaro.

Il digiuno deve essere innanzitutto una scelta personale e consapevole. Così come ne parlavo del ramadan, anche per la quaresima vale la stessa cosa, gli ortodossi si astengono anche da fumo e alcool oltre che da tutti i derivati animali. Vegani per 40 giorni, insomma.

Ma al di là della religione e dei retaggi culturali, sempre più labili nella nostra società, la decisione di non mangiare può essere presa per altri motivi.

Il digiuno è utile. In un libro scientifico dall’incredibile fascino narrativo meravigliosamente vintage dal titolo “Il sistema di guarigione della dieta senza muco”, l’autore sostiene, dopo averlo sperimentato su se stesso, che lunghi periodi di digiuno, oltre a ripulire il corpo, lo aiutano ad auto-guarirsi, e lo propone come vera e propria terapia efficace per curare e ripeto, curare, una lunga serie di patologie che partono dalla gotta (ovvio!) per arrivare a problemi respiratori, asme, sifilide, addirittura il cancro.

Ma non solo.

Il digiuno come protesta, o sciopero della fame, una privazione cosciente per protestare pacificamente. Ne sappiamo qualcosa, da casa nostra fino all’India di inizio novecento.

Il digiuno di quando proprio manca l’appetito, quando si è innamorati o distrutti dal dolore.

Il digiuno che serve a renderci partecipi di noi stessi, o perchè siamo così partecipi di noi stessi che non riusciamo a fare altro se non ascoltarci.

Il digiuno, che insomma non se ne parla mai ma esiste. Come la morte. Perchè è vero che la condivisione del cibo è intensa e avvolgente, immortale e meravigliosa, ma è anche vero che a volte il vuoto è la risposta.

Io ho digiunato. Cerco, per quanto riesco di fare un giorno di digiuno al mese. Introduco solo liquidi, possibilmente non complessi e il più naturali possibile: succhi di frutta esclusivamente freschi e al 100%, tisane o naturalmente acqua.

Arrivo a sera abbastanza provata ma la sensazione di vuoto nello stomaco si trasferisce, o meglio si connette a una sensazione ben più interiore, che non sa di incompleto, bensì di riordinato, di spazio nuovo, appena creato. E questo per un semplice motivo: siamo costretti a rallentare. Il cibo ci fa muovere, fisicamente e mentalmente. Il digiuno ci costringe alla calma.

Mi sento più percettiva e più concentrata sulle cose che mi circondano. Riscopro quello che ho intorno, semplicemente per il fatto che è una delle poche cose che riesco fisicamente a fare.

Ma ho digiunato anche dopo una storia d’amore finita. Ho digiunato nei giorni del lutto per la morte di una delle persone più care alla mia vita. Ho digiunato in preda alla rabbia.

Non ho mai digiunato per una causa, no mai, ma c’è chi l’ha fatto e lo fa anche per me, soprattutto per me.

Ed è bello pensare a un sacrificio personale, intimo, per il bene comune. È bello soprattutto perchè molte volte ha funzionato.

Il digiuno esiste, anche se non se ne parla, e se affrontato coscientemente, è il livello più alto di consapevolezza e serenità nel nostro rapporto col cibo.

E a volte, lo ammetto, nonostante questo amore spasmodico che ho nei confronti del cibo, sento che vorrei che mi lasciasse in pace. Vorrei che il cibo non esistesse e non fosse una necessità. Vorrei riuscire a mettere in primo piano tutte quelle cose che sono più importanti di un pasto completo.

E questo mi ricorda, che non digiuno da molto tempo.

 

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Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.