In God we trust, all others [must] bring data diceva William E. Deming nel libro Elements of Statistical Learning. Tra personaggi improbabili ed endorsement rivedibili il filo conduttore dell’ultima campagna elettorale a stelle e strisce è stato un susseguirsi di usi improprio dell’evidenza empirica. 

Quando la battaglia politica si sposta dalle figure decimali a quelle retoriche si spiana la strada a demagoghi capaci di infiammare le folle ed incenerire il progresso. Nulla di nuovo. La politica è un’ arte antica e nobile basata sul consenso che spesso presta il fianco alla demagogia piuttosto che all’aritmetica. Alcuni siti di fact-checking come politifact.com offrono una discreta prospettiva sulla solidità delle affermazioni dei candidati. Nella piena tradizione bipartisan troviamo evidenza empirica calpestata tra i candidati del “Grand Old Party” così come tra i “Democrats”, passando da “veniali bugie” ad intere sezioni di programmi elettorali dalle catastrofiche conseguenze.

Lo ammetto: la cosa mi urta. Parecchio. Ad infastidirmi particolarmente non è in realtà la mancanza di basi oggettive delle proposte politiche quanto l’uso asimmetrico dell’evidenza empirica, solo quando conviene, insieme all’intramontabile “cherry picking”. Ho deciso di presentarvi quattro esempi, uno per ogni candidato rimasto (escludendo John Kasich che al momento sembra fuori dai giochi), per descrivere questa situazione “grave ma non seria”. L’esercizio non è fine a sé stesso: sono sicuro che troverete altrettanti esponenti di spicco del panorama politico italiano degni sostituti dei rispettivi colleghi yankee.

Per tenere fede al tema della rubrica apro con le mirabolanti tesi in ambito climatologico del carismatico – ah no, pardon – soporifero senatore texano Rafael Edward Cruz, detto “Ted”. Durante un discorso in New Hampshire il nostro Ted ha detto: ”I satelliti che abbiamo lanciato in orbita per misurare la temperatura terrestre non hanno registrato nessun tipo di riscaldamento significativo durante gli ultimi 18 anni”. Non mi è dato sapere se Cruz si riferisse solo allo “iato” nella crescita della temperatura media globale o anche alle ricostruzioni tramite misurazioni satellitari delle temperature globali fatte da Christy e Spencer della University of Alabama Huntsville, quest’ultimo molto ascoltato in area repubblicana. Considerando solo gli anni successivi all’intenso episodio di El Niño del 1998, come fa Cruz, è facile ottenere un trend “piatto”. El Niño, infatti, causa il rilascio di una grande quantità di calore dagli oceani e provoca un picco nella temperatura media globale ben superiore a quello che ci si aspetterebbe secondo il trend positivo osservato negli anni passati. Se si considera un arco di tempo maggiore, il trend resta chiaramente positivo e statisticamente diverso da zero (Fig.1).

Fig.1: Variazione della temperatura media globale rispetto al periodo pre-industriale secondo tre diversi centri di ricerca. Cerchiato in rosso è il picco associato a El Niño del 1997-1998. Si noti il picco nel 2015 associato almeno in parte al forte episodio di  El Niño ormai agli sgoccioli (fonte: http://www.metoffice.gov.uk/research/monitoring/climate/surface-temperature).
Fig.1: Variazione della temperatura media globale rispetto al periodo pre-industriale secondo tre diversi centri di ricerca. Cerchiato in rosso è il picco associato a El Niño del 1997-1998. Si noti il picco nel 2015 associato almeno in parte al forte episodio di  El Niño ormai agli sgoccioli (fonte: http://www.metoffice.gov.uk/research/monitoring/climate/surface-temperature).

Nella ricostruzione di Spencer, invece, era addirittura presente una diminuzione delle temperature. Il dataset però soffriva di alcuni fondamentali errori nella conversione da radianza a temperatura. Dopo la loro correzione i risultati sono in linea con quelli di altri studi.  La questione “iato” è complessa e largamente dibattuta nella comunità scientifica ma non in chiave “fine del global warming”. Alcuni climatologi puntano il dito contro la procedura di correzione del bias (errore sistematico) nelle temperature superficiali sopra gli oceani. Altri invece “incolpano” l’assorbimento di calore negli strati più profondi dell’Oceano Pacifico (altri ancora dell’Atlantico). Si tratta in ogni caso di distinguere la variabilità interna al sistema clima dalle variazioni indotte da forzanti “esterne” e Cruz pare non aver colto il punto.

C’è un candidato che invece maneggia con molta attenzione le tematiche climatiche ma cade nella trappola di Cruz quando si destreggia con quelle economiche: Bernie Sanders decano dei senatori del Vermont molto popolare tra i bianchi millennials. Tra le tante cose, Sanders propone un piano di interventi pubblici nell’economia in grado di produrre un boom senza precedenti. A sostegno di Sanders è uscita un’analisi prodotta da Gerald Friedman, professore di economia alla University of Massachusetts – Amherst, basata a suo dire su un approccio standard. Sebbene questo non sia un documento ufficiale nel programma di Sanders, i responsabili della sua campagna elettorale lo hanno pienamente accolto e diffuso. Crescita del PIL superiore al 5% annuo, e disoccupazione giù al 3.8%: i numeri sono talmente irreali da aver spinto 4 tra gli ex-consiglieri economici di Bill Clinton e Barack Obama (non certo dei repubblicani) a scrivere in una lettera aperta che “nessuna ricerca economica credibile supporta impatti economici di tale grandezza”.

Christina Romer (Cal Berkeley), una dei firmatari, ha poi pubblicato insieme al collega David Romer una attenta analisi delle promesse di Sanders e ha scoperto che Friedman ha commesso un grave errore: considerare permanenti gli effetti del programma di stimolo per sua natura temporaneo. Fatto su cui la grande maggioranza dei macroeconomisti concorda. Ciò nonostante le affermazioni di Sanders non sono state aspramente criticate come quelle di Cruz, forse perchè aleggia questa strana idea per cui in economia fatti e opinioni stiano sullo stesso piano.

Cercare una affermazione non basata sui numeri tra quelle del mattatore Donald Trump non è stato difficile, anzi. E’ stato arduo scegliere la “migliore”. Sono ricaduto su un grande classico: i vaccini e l’autismo. Lo scorso 16 Settembre durante un dibattito repubblicano alla CNN il (tinto) biondo miliardario ha detto: ”Sono favorevole ai vaccini ma distribuiteli su un periodo più lungo. La stessa quantità ma in dosi minori e vedrete un grande impatto sulle diagnosi di autismo”. Qui i problemi sono due. Primo, Trump assume un rapporto di causa-effetto tra la somministrazione dei vaccino trivalente e l’autismo. Secondo, sostiene che l’idea di un piano alternativo più esteso nel tempo sia più sicuro. La prima credenza nasce dallo studio pubblicato da Andrew Wakefield su Lancet nel 1998. Dopo diversi anni e decine di contro-studi la comunità scientifica concorda pienamente che non esista alcun nesso causale. Lo studio si è rivelato una “frode elaborata”, Lancet ha ritirato la pubblicazione e Wakefield è stato radiato dall’albo dei medici. La seconda affermazione è legata invece ad un libro del Dr. Robert Sears in cui proponeva una scadenza diversa per le vaccinazioni. Come lui stesso ha confermato il tutto non ha nessuna base scientifica riconosciuta.

Quando si gioca una gara al ribasso anche i candidati generalmente più cauti si adeguano per non perdere consenso. Ed è così che Hillary Clinton è finita nella ressa democratica per l’aumento del salario minimo. Sebbene la situazione sia diversa dai casi precedenti, si tratta di un territorio inesplorato in quanto non si ha ancora un consenso sugli effetti di breve e quelli di lungo termine di un aumento del salario minimo sul tasso di occupazione nelle fasce di lavoratori con le buste paga piu’ scarne, come rivela anche questo sondaggio della University of Chicago – Booth School of Business. In questi casi la cautela sarebbe d’obbligo, evitando l’effetto asta di benficenza: “Io offro $12/ora”, “io $15/ora”. Questo per evitare di trovarsi tra qualche anno a gestire gli effetti indesiderati di una mossa avventata giustificata dal nobile intento di ridurre la povertà. E’ quando scarseggia l’evidenza empirica che l’ideologia diventa ancora più pericolosa.

Non c’è dubbio che se fosse ancora vivo William Deming ricorderebbe ai cari candidati che non solo a Dio si crede mentre gli altri devono portare i dati ma anche che: Without data, you’re just another person with an opinion.

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Cecilia Pigozzi ne dice: "Edoardo guarda il cielo per non guardare la terra, anche se a volte l'occhio gli scappa, e di solito è per una partita della Juve. Ha traslocato passione e cinismo da Crevacuore (Biella) fino a Berlino, passando per Edimburgo, ma finora è tutto intatto". Scrive The meaty-orologist.