Un settimana di viaggio da Miami alla Louisiana, tra le spiagge e i motels. Poi, la festa di Carnevale di New Orleans, il Mardi Gras, con le parate e la musica.

Scritto da Francesco Bonato e Giacomo Mozzo.

Fotografie di Francesco Bonato e Alberto Patuzzo.

Video di Franceco Bonato.  

MIAMI (PARTE 1)

Miami International Airport

Arrivare a Miami è lunga. E anche quando ci sei arrivato, devi passare la dogana, ritirare i bagagli e (per noi) fare la fila al noleggio auto; quasi venti ore senza respirare aria che non sia condizionata.

L’aria di Miami è aria di mare, aria calda e umida, caraibica (credo); aria che se arrivi dall’Italia a febbraio ti fa sudare ma ti rinfranca: aria d’estate, in anticipo.


La partita

L’American Airlines Arena ci sta aspettando. Forse non il miglior stato psicofisico per assistere a quella maratona che è una partita NBA, ma uno spettacolo del genere non si può perdere per nessuna ragione al mondo.

Il match non è certo di cartello. Si affrontano i ridimensionati Miami Heat del post Lebron e la squadra peggiore della lega, i New York Knicks. Siamo in alto, molto in alto, ma ciò nulla toglie allo spettacolo e all’adrenalina (ingrediente fondamentale per restare svegli).

American Airlines Arena Knicks @ Heat

Tutto si dimostra uno spettacolo, il classico “spettacolo nello spettacolo”. Il tifoso americano ricorda lo scolaretto che va preso per mano e istruito dall’inizio alla fine, tra canzoncine, cori e le più diverse attività. Nulla che ricordi la fedeltà e la passione di altri tifosi in altri campi.

Ma alla fine si esce felici, consapevoli di avere assistito dal vivo a qualcosa che di solito si guarda a notte fonda, sul divano di casa di qualche amico. Da quel divano, dove spesso ci si addormenta prima della fine, lo show sembra inarrivabile; dal seggiolino della piccionaia, rapiti e disorientati, lo show lascia senza parole.


Lido di Miami, lido d’America.

South Pointe Park Pier

Guardando verso nord da South Point Park Pier, lo sguardo si perde su una delle spiagge più famose al mondo; e poco importa se non è affollata come siamo abituati a vedere nei film, con corpi abbronzati e palestrati che si arrostiscono sotto il sole della Florida. L’oceano da una parte e la baia di Biscayne dall’altra fanno da cornice ad un melting pot di culture, ad un fritto misto umano che si ritrova nei molteplici locali di Ocean Drive e festeggia fino all’alba.

Marjory Stoneman Douglas Ocean Beach Park. Bagni pubblici.

Di primo acchito South Beach è come te la immagini; palme (ovunque), supercar che rombano di semaforo in semaforo e spiagge da cartolina. Lido di Miami, lido d’America.

Passeggiando su e giù per l’isola a febbraio però, ti rimane in bocca quell’amaro caratteristico delle località balneari d’inverno. Certo, ventisei gradi non sono niente male, ma in giro la gente non è molta e quelli che ci sono stan lavorando per l’estate, quando lavoreranno per davvero.

Ocean Court — 7th Street

E come ogni famiglia perfetta, Miami cela un lato meno scintillante, nascosto. Se avete giocato a GTA Vice City riconoscete di sicuro quelle che qui chiamano Court, viuzze strette e oscure dove non è consigliabile camminare, da soli, la notte. Un lato meno conosciuto ma comunque pittoresco, che rende South Beach più reale di quelle immagini da cartolina che fanno parte dell’immaginario collettivo.

key biscane

LA STRADA (PARTE 2)

Interstate 75

L’America è il paese delle grandi distanze; sembra la solita banalità, la solita frase fatta. Ma quando ti trovi a percorrere strade infinite, tutte così rigorosamente dritte che sembrano tirate col righello da un preciso geometra, capisci che forse non è una frase del tutto priva di fondamento, e lo sguardo si perde, e il cielo e la strada si mischiano, là in fondo.

Lunghe distanze, interminabili strade, enormi distese di nulla. Una cittadina, poi il deserto, dopo un po’ un altro piccolo centro; e via così, con questa rigida alternanza. Si percorrono miglia e miglia (con dei limiti di velocità che talvolta sembrano assurdi) senza incontrare anima viva; fuori dal finestrino si susseguono paesaggi mozzafiato, nature incontaminate e esempi di insediamenti umani difficili da decifrare.

Percorriamo tutta la costa occidentale della Florida, da sud a nord; 500 miglia che si affacciano sul tranquillo (almeno in questa stagione) golfo del Messico; troppo presto per lo spring break, quando molte di queste spiagge si riempiranno di studenti universitari provenienti da ogni parte degli States per festeggiare, appunto, la pausa primaverile dagli studi.

Siesta Key Beach, Sarasota FL

La nostre giornate cominciano e finiscono nei motel, soluzione comoda ed economica per un viaggio come il nostro. Di certo non stiamo parlando di hotel di lusso, ma noi ci accontentiamo; a dirla tutta, queste camere che sembrano fatte con lo stampino, hanno un loro fascino, e Hollywood c’ha messo lo zampino anche stavolta.

E quando il motel non c’è, abbiamo la fortuna di capitare in un luogo dimenticato da dio, in riva ad una palude nel bel mezzo del Panhandle. A rigore è un fish camp ma gli orgogliosi proprietari, senza esagerare, lo chiamano paradise.

Spring Warrior Fish Camp


Whitey’s — middle of nowhere, Perry.

Avere a che fare con il dialetto del sud non è facile, specialmente se è la prima volta da queste parti e specialmente se stai avendo una conversazione con un vecchio sdentato che cerca, a suo modo, di farti passare la serata, in una locanda sperduta, nei dintorni di Perry, Florida.

Basta una cena in una bettola come questa per capire molte cose su di noi, su di loro e su dove ci troviamo nel mondo. In primo luogo questo business non ha un interno, o meglio, tutti i tavoli sono all’aria aperta, coperti solo da una tettoia in legno, segno che qui, il freddo, quello vero, non arriva mai. Altra cosa che salta all’occhio molto velocemente è che qui, di turisti, ne vedono gran pochi, visto e considerato che i locals, che si riconoscono perchè indossano almeno un capo da caccia o pesca stilecamouflage, non ci tolgono gli occhi di dosso. Ultima considerazione antropologica va fatta per la barista, che a contatto con lo straniero (i forestidirebbe mia nonna) si trova in difficoltà, anche solo nel sommare i trenta dollari del conto.

Speriamo di capire, poi, come rispondere a quel maledetto “have a nice day” (che forse a volte è anche un “have a nice one”) che tutti ci rivolgono, senza incorrere nelle risatine di scherno dei ragazzotti locali.


Il tempo, alla fine, passa in fretta. Si ringraziano dunque il sole e l’aria tiepida, gli scorci magici, i tramonti spettacolari. La musica. E ovviamente le solite due tre stronzate ripetute a oltranza.

 NEW ORLEANS (PARTE 3)

Maurepas St. — Mid City

New Orleans è una sorpresa, una variazione, un’improvvisazione; soprattutto se sei europeo e soprattutto se ci arrivi, come noi, dopo tre giorni di viaggio in macchina attraverso un costante susseguirsi di motel e fast food.

New Orleans è uno spartito jazz con un ritmo sincopato, diverso e unico.

New Orleans è fresca, festaiola, fiera.


Le “parade”

Siamo preparati, abbiamo idea di cosa ci aspetta, eppure appena arriviamo tutto va in frantumi; ci ritroviamo in mezzo a una delle molteplici “parade” che invadono la città nei giorni di carnevale (siamo qui per questo), ma la situazione sembra essere un po’ sfuggita di mano. La parata si chiamaEndymium e attraversa Mid-City. Il quartiere è invaso, ovunque. Troviamo parcheggio quasi per caso e ci accodiamo al fiume di gente che si dirige, capiamo poi, su Carrolltonn Ave, Orleans Ave e limitrofi. Tra noi cala il silenzio, non riusciamo a parlare, ci guardiamo attorno straniti da quel che ci circonda. Gli stimoli sono troppi, continui, diversi e incredibilmente forti per tre italiani con lo zainetto capitati per caso nella festa gratuita più grande del pianeta.

Sbagliamo qualche mossa non conoscendo il campo di battaglia, ma riusciamo comunque ad orientarci, a conoscere qualche indigeno e alla fine a immedesimarci.

Le parades potrebbero assomigliare a quelle a cui siamo abituati in italia, con i carri e la gente in costume, ma ti accorgi subito che qui è come essere su un altro pianeta. Anzi qui è un altro pianeta.

Endymium Parade

Funziona più o meno così: tu, cittadino di New Orleans, anche della periferia, passi tutta la sera prima a cucinare, poi il giorno dopo prendi tutto il cibo e tutte le birre che hai, e ti piazzi su una strada dove passerà la parata, possibilmente con una sedia o una seggiola da campeggio o per i più attrezzati una scala, e aspetti qualche ora, o tante ore, e chiacchieri con i vicini. E quando passa la parade urli a più non posso solo per farti lanciare una collanina, un bicchiere o un pallone da football. Per qualche ora, o tante ore, si alternano carri e marching band provenienti da tutto il paese.

Tutto si può riassumere in un concetto: in America, the land of the freedom, tutto è più grande, più organizzato, più esagerato (e non sempre è una bella cosa); che sia mangiare, fare i ponti o festeggiare. O metter su la marching band della scuola.

Si tira un profondo respiro, ci si orienta un attimo, quindi, aiutati dall’incredibile entusiasmo della gente e da qualche provvidenziale birretta, ci si fionda nell’infinita marea giallo-verde-viola.

Momenti semplicemente indimenticabili.


I tre italiani con lo zainetto

Siamo partiti da casa con la testa piena di avvertimenti, di messaggi carichi di allarmismo. “Fate attenzione a New Orleans, specialmente durante il Mardi Gras!”. Ecco, i racconti delle esperienze di viaggio sono sempre filtrati dalla soggettività, da quello che effettivamente ti capita nel cammino. Ma raramente ci siamo trovati al cospetto di una città tanto accogliente, dove la gente sembrava quasi impegnarsi nel tentativo di farci scoprire tutte le sue sfaccettature, tutte le sue sfumature.

E saremo sempre interdetti dall’entusiasmo che da questa parte dell’oceano mostrano quando dichiariamo la nostra provenienza. Tutti sgranano gli occhi quando sentono che siamo arrivati dall’Italia per il Mardi Gras; ma noi siamo venuti per questo, perché questa festa è rimasta così autentica da non attirare le folle internazionali. Sembra davvero di essere stati calati dall’alto nei festeggiamenti, come completi estranei e poi pian piano inglobati nella cultura locale, come vivessimo qui da sempre. La spontaneità con cui ci viene anche solo rivolta la parola, con cui veniamo interpellati in discussioni tra gruppi di sconosciuti, non l’abbiamo trovata in nessun altro paese.


Una città, tante città.

Interstate 10 — Esplanade

È una città in cui la differenza tra bianchi e neri la si nota eccome. Ma è una differenza che non sa affatto di scontro, odio, intolleranza. È semmai un qualcosa che ti fa scoprire mondi diversi, dandoti una conoscenza se possibile ancora più profonda e ampia della città. E così, nel giorno clou, ilMardi Gras, si passa dalla musica folk di Frenchmen Street e Marignyall’rnb/hip hop di downtown, dove tutta la comunità afroamericana si è data appuntamento per assistere alle parate, cucinando ostriche e rosolando su enormi BBQ qualsiasi cosa fatta di carne.

—Magazine Street — Juan’s flying burrito

Due città diverse in pochi metri, due mondi che si completano a vicenda a pochi minuti l’uno dall’altro. E le differenze non sono solo nella tonalità della pelle, ma ovvimente nella lingua, nelle diverse culture che compongono il tessuto sociale di NOLA, nelle diverse cucine. New Orleans è unica perchè diversa, eterogenea e talvolta ruvida, drastica. Ma tutto il mondo è paese, e alla fine si torna sempre a parlare del tempo, che come questa città, e come tutto, cambia in fretta.

E qui il tempo, ormai dieci anni fa, lo hanno visto cambiare per davvero, subendo uno degli eventi atmosferici più catastrofici della storia recente americana, arrivando il 29 agosto 2005 ad avere quasi la totalità dei quartieri sommersi dall’acqua. E dieci anni son passati, e l’acqua ha lasciato il segno che oggi si nota nella fatiscenza di alcune zone contrapposta alla perfezione di alcuni quartieri, chiaramente disegnati a tavolino e assolutamente non congrui con l’eterogeneità di quelli limitrofi, il classico piano di ricostruzione post-calamità.

In ogni caso è difficile, per noi che New Orleans l’abbiamo potuta solo assaggiare in fretta e furia senza avere il tempo di gustarci ogni sua fetta, dire come e in qual misura quella tragedia si possa ripercuotere oggi sulla città e sui suoi abitanti. Quello che possiamo dire però è che questa parte diamerica ha delle radici forti, una cultura e tradizione che non è stata persa lungo la strada, anche se lunga e tumultuosa, e l’acqua non ha lavato via ciò che la contraddistingue.


Il Mardi Gras

Anche se i festeggiamenti cominciano con una settimana di anticipo, è ilMardi Gras il giorno più importante, più atteso, più elettrico del carnevale. E la città ne da piena dimostrazione di affetto e legame: in ogni angolo c’è folklore, tutti, dico tutti, sono vestiti nelle maniere più assurde (tutti tranne quei tre italiani con lo zainetto) e la musica pervade la città, la unisce, arte fluida che si diffonde.

Il Mardi Gras è un giorno unico, dove tutto è concesso, dove solo chi è nato sulle rive del grande fiume Mississippi non si sorprende passeggiando per la città. Le strade si trasformano in un’enorme passerella dove si sfoggiano i vestiti più appariscenti e i travestimenti più stravaganti. E quando meno te l’aspetti ti ritrovi in una parata spontanea, guidata da una second line improvvisata.

Cambi quartiere e la storia non cambia. Cambia invece il tempo, che ci concede un po’ di sole, che ci scalda e rinfranca in una fredda giornata di febbraio. E attorno a noi la musica e i festeggiamenti vanno avanti: la gente, probabilmente grazie alla considerevole quantità di alcool che ha in corpo, non da segni di fatica.


La musica

È noto che visitare una città da turisti non equivale al viverla nella sua pienezza. E il discorso vale in particolar modo per New Orleans.

Non si può dire di averla conosciuta del tutto se non si mangia un piatto di gumbo o di jambalaya in riva al Mississippi, se non ci si infila in uno dei tanti negozietti hipster di Garden District, non si assaggia una ciambella giallo-verde-viola in Magazine street.

Oppure se non ci si lascia trasportare dalla folla pazza e un po’ troppo dozzinale, festaiola e forse qui si, turistica, di Bourbon Street o da quella più discreta ed educata di Frenchmen Street.

NOLA la si vive lasciandosi letteralmente trasportare dalla musica. Quella musica che la pervade, sorprendendoti dietro ogni angolo di strada.

new orleans

Per saperne di più non posso che consigliare questo video. Buona visione.

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Cecilia Pigozzi ne dice: Francesco Bonato per finta fa l’ingegnere civile, il dj della musica da situazioni, il baskettaro in serie D, il type designer. Francesco Bonato per davvero fa il videomaker, all’inizio lo faceva per finta anche quello ma poi alla fine è diventato vero. Scrive "Letterbox".