Fu anche divertente; il mio mestiere, per fortuna, quasi sempre lo è. Allora diciamo che fu quasi comico. Fra noi, e una riunione a porte chiuse dei consiglieri di uno dei partiti che sostenevano il sindaco di Roma Ignazio Marino, c’era un sottile muro, tipo quelli dei prefabbricati. Al di qua dal muro, noi, giornalisti di agenzia e di varia altra umanità a cercare di ascoltare quel che si dicevano i consiglieri; non avevamo il bicchiere all’orecchio, solo perché non avevamo il bicchiere. Si era al tempo del primo tentativo di far saltare il sindaco dalla poltrona del Campidoglio, la Panda rossa e altre storie, ancora non c’era Mafia Capitale, ancora non erano arrivate le manette. Dall’altra parte del muro, si parlava già di sfiducia, elezioni, voto.

Che si muovesse questo, che la pentola bollisse, si sapeva, e non è quello che mi colpì. Lo fecero di più le parole che scambiai con il signore che faceva anticamera davanti alla porta di uno degli esponenti di quel partito. Era il presidente di una associazione professionale piuttosto importante, uno dei “poteri forti”, per così dire, o presunti tali, della Capitale; presiedeva anche un altrettanto importante, se non di più, ente parapubblico di rilevante ruolo per il tessuto economico romano. Insomma, sembrava uno con cui parlare. Mi lasciò il suo biglietto. “Sono settimane che non riesco a parlare con il mio assessore di riferimento”, mi disse:” Al telefono si fa negare, non riceve, non so più niente. A te sembra normale?”

No, pensai andandomene, non mi sembrava normale che l’assessore non parlasse con un tipo del genere: immagino che se fossi un assessore, con lui parlerei, anche solo per sentire cosa ha da dire. Come non mi sembrò normale quel che mi raccontò un sindacalista dell’Atac, un tipo, diciamo così, un po’ fuori dagli schemi. “Sai come sono entrato in Atac? Per concorso, ovviamente”: poi si mise a ridere. “Ovviamente no: ne ho fatti tre, di concorsi. Dopodiché ho incontrato un sindacalista che mi ha detto: ci penso io. E sono entrato. Per raccomandazione sindacale, come tutti noi”. Mi sembrò poco normale, né mi stupì, in effetti: “Vedi, tutti i miei colleghi, sai cosa? Hanno la quinta elementare. Stanno qui, fanno le loro ore, poi staccano e vanno a fare l’orto”. Mi colpì, l’orto.

Me l’ha spiegato un ex amministratore romano incontrato per strada. Ero fuori dalle stanze dove si stava svolgendo un direttivo di un partito politico piuttosto importante, che prese delle decisioni, a tutt’oggi, ancora abbastanza contestate. Era giugno, la città sapeva di sole, di nuovo, di giallo. “E’ semplice”, mi raccontava: “Il dipendente comunale, il campo nomadi, non solo non vuole gestirlo, ma anche se volesse, non saprebbe proprio farlo, non ne avrebbe le competenze. Ma di che parliamo, ma lo sai cosa significa gestire un campo nomadi? E se scoppia un incendio alle due del mattino che fa il funzionario comunale, si alza e va lì? Ma il dipendente comunale arriva alle nove e stacca alle due, e tanti saluti a tutti. Se succede qualcosa, alzo il telefono e chiamo Salvatore Buzzi. Che è efficiente, bravo e risolve le cose immediatamente, servizio immediato e pronto intervento 24/7. È troppo più comodo”. Pensai che, già, non faceva una piega.

Mi è capitato, durante l’estate, di essere molto spesso a Milano: un’esperienza bellissima. Quel che ha detto Raffaele Cantone (“Milano è tornata capitale morale, Roma non ha gli anticorpi contro la corruzione”), è una roba che riguarda dei polverosi uffici amministrativi proprio perché riguarda la qualità della vita. Milano è diventata più bella, ancora più funzionale, e dà un’impressione di generosità non crassa, ma puntuale, molto più di quanto non fosse vari anni fa. E sì, la cosa più bella di Milano rimane il treno per Roma. E’ vero, è difficile trovare un romano che si lamenti della sua città: e intendo, in senso stretto, profondo. Dei riflessi dalle finestre, dell’ottobre assolato, della vista dal Gianicolo; del traffico impazzito, delle metro che si bloccano, delle buche per strada.  Dài, a me sembra assurdo che ci siano persone che non vivano a Roma, so di storie mitiche e leggendarie di persone che sono andate via da Roma; credo sia più o meno roba da leggende medievali, draghi, fate, queste cose qui. I rettiliani, le scie chimiche, quelli che vanno via da Roma: stesso livello.

E a noi, ho chiesto in una tavolata familiare, alla fine, Roma ci va bene così? “No”, ho sentito la risposta: “Ma alla fine, sì”. Chiaro.

E m’è tornata in mente quel che avevo vissuto a Pisa, in un campo di specializzazione scout sulla nonviolenza:”Abitare il conflitto”, si chiamava. Quel che mi colpì fu la differenza fra assenso e consenso, che mi sembra proprio la colonna del nostro rapporto con la città. Intendo: forse a nessuno di noi Roma piace com’è, disfunzionale e scomoda. Se dovessimo votare se cambiarla per magia, molte mani si alzerebbero, assentiremmo tutti, voteremmo sì. E però, nel frattempo, che questo stato delle cose rimanga immutato, credo anche consapevolmente, noi romani consentiamo.

Dall’ultima delle buche, al primo degli scioperi degli autisti dell’Atac sindacalizzati da sigle mai sentite, questa città è bella perché ci è comoda. E’ lenta. E’ indolente. E’ meravigliosamente disfunzionale, e in questa disfunzionalità dalle pieghe larghe c’è sempre stato spazio per tutti. Giravo in bicicletta a Milano, zaino sulle spalle e borsa sul cestino del meraviglioso bike sharing che ti consente di goderti una città funzionante, e ho sentito un tale che si lamentava: “Per colpa di quella cosa, ho fatto cinquanta minuti di ritardo al lavoro”. E ho pensato: cinquanta minuti di ritardo al lavoro,  a Roma, che potrebbe succedere? Mi sono risposto: alla fine, dai, niente.

Già: questa è una città che si gode il suo essere placidamente quieta e imperturbabile agli scossoni della velocità, e garantita dal suo essere – direbbero gli americani – too big to fail. Mi spiego: prendiamo il trasporto pubblico, prendiamo Atac. Anni fa camminavo con un mio amico in porta Venezia, ancora Milano, e lui elencando i problemi della sua città mi indicò un marciapiede sbecciato: “Ti pare normale che si tengano così i marciapiedi in porta Venezia?”. Gli dissi che ero contento che i problemi di Milano si riassumessero in un marciapiede sbecciato, e gli chiesi se sapeva qualcosa di Atac: “Sì, noi abbiamo Atm, anche lì ci sono dei guai, fortunatamente però funziona e fattura”.

Quelle immagini dei cittadini assiepati fuori dalla stazione di Monti Tiburtini in attesa delle navette per l’ennesimo guasto della metropolitana, l’odissea quotidiana dei pendolari sul litorale schiavizzati dalla Roma-Lido, esistono perché a Roma sono possibili. Qualcuno mi ha detto: “Noi romani siamo così, non facciamo moralismo, dài”. Sì, beh, sono convinto che il punto sia un altro, estremamente più concreto e materiale, economico più che morale, strutturale prima che sovrastrutturale: a Milano, che si fermi la metropolitana in maniera così eclatante, sistematica e sciatta, è strutturalmente impossibile. Perché qualcuno dalla torre Unicredit alzerebbe il telefono e farebbe presente che a Milano la gente deve lavorare, e, quantomeno, salterebbe una testa importante. Napoli, che ha i problemi che tutti conosciamo, ha un sistema di trasporto pubblico sicuramente inadeguato e deficitario, eppur migliore di quello romano. Persino Napoli è “costretta” a funzionare più di quanto non sia Roma.

E questo perché, a Roma, c’è sempre stato un buco in cui infilarsi, un posto pubblico da occupare in cambio del voto a qualcuno, una cooperativa, un ente assistenziale, un prete a cui serve una segretaria, un posto in Vaticano, una scrivania in qualche ente pubblico, parapubblico, ministeri, sottosegretariati, Parlamento, burocrazie. Insomma, un posto di lavoro garantito e possibilmente poco faticoso: a Roma non siamo tenuti a produrre reddito, efficienza, valore aggiunto. Non ce n’è un gran bisogno: siamo come in una sacca confortevole di anticapitalismo amatriciana, a forma di supplì. E, vorrei dire, questa è una cosa che ha una componente di valore estremamente alta. E’ vero, è disfunzionale. Rende Roma incompatibile con Copenhagen. E infatti la sfida è tenere, da un lato, questo stile bello e lento e quieto dei rapporti e del vivere, mettendolo dentro un sistema cittadino degno di una capitale europea. Rendere Roma una piccola Berlino dell’efficienza mantenendo stampato sul volto il sorriso che abbiamo quando ci rendiamo conto che a novembre c’è ancora il sole, questo sole, il nostro sole. E di questo – fortunatamente – si sta iniziando a parlare: perché bisognerà pur dire che ogni municipio romano è sostanzialmente la decima città italiana, e viene governato con meno strumenti amministrativi di quelli che hanno i sindaci di Capranica o Ostuni. Le regole vanno modificate, ho letto che ormai su questo sono d’accordo proprio tutti – Marco Causi dice di voler “abolire il comune”, la proposta di legge Morassut parla dell’istituzione della regione di Roma Capitale, insomma qualcosa si muove; le regole vanno modificate, sì,  e poi vanno popolate da un personale che abbia le spalle e la schiena adatte a farle diventare pratica quotidiana di aiuto alla cittadinanza.

Perché è tutto qui il punto. “Nella Pubblica Amministrazione, nel comune, la metà dei dipendenti non fa una mazza, o fa poco; la restante metà fa il lavoro per due”, mi ha detto uno dei protagonisti della storia in Campidoglio di Ignazio Marino. Né sono cose nuove: l’ha detto Alfonso Sabella, in un momento di lucida verità che, subito dopo, ha dovuto rimangiarsi: “Forse non sono stati fatti corsi di formazione, oppure qualcuno è stato assunto in modo poco trasparente. Di certo, il livello nell’amministrazione è basso”.

Sì, basso. Un ceto politico e amministrativo, spesso intercambiabili i due termini, formato negli anni a strati, dalle forze politiche che erano sempre sicure di poter imbucare chi volevano, sempre, dove volevano. Tutti a Roma teniamo famiglia, e nessuno resta indietro, il che, peraltro, potrebbe anche essere presentata come una cosa bella; anche se non ho ancora capito come una scrivania da dipendente pubblico lunedì-venerdì 9-18 (dopo la giunta Marino: prima era fino alle 14) possa sostituire un robusto sostegno sociale per le classi più deboli. E’ la storia che racconta in maniera quasi dolorosa Salvatore Merlo sul Foglio, facendosi due chiacchiere con i protagonisti delle vicende romane dell’ultimo trentennio: tutti, il PCI in testa, che a Roma è sempre stato forza di governo, con questo sistema paludoso alla fine della fiera hanno sempre trovato più comodo appattarsi. Per pigrizia e indolenza, molto prima che per criminalità e malafede.

Roma, in questo, è un colpo sanguinante sparato a bruciapelo al petto della democrazia sociale: quella che pretende che le classi più deboli siano sì, inserite e aiutate dalla comunità che si fa stato, ma attraverso un percorso di accompagnamento, di formazione, di valorizzazione. E invece: polizia municipale, Atac, Ama; il problema di Gianni Alemanno, e della sua Parentopoli, è stato fare in maniera poco avveduta (tutto insieme, in maniera eclatante e spudorata) quel che la sinistra cittadina ha avuto tempo e occasione di fare in decenni, centellinando, riparandosi dietro lo stile democristiano della gestione del potere: come Giulio Andreotti ne “il Divo”. Una buona parola, un pacco di pasta; una buona parola, un posto in Atac, una tessera di partito, un voto al sindacato: una buona parola e una salvezza posticcia scaricata sulle spalle della città, e tutti insieme verso il fulgido avvenire metropolitano. Sostenere che Roma, e i romani, siano così e basta, significa proclamare che il punto di partenza ci va bene.

L’alternativa, chiaro, è la fatica e il sudore della costruzione e della politica. E suona vero sentire, sì, che “a Roma, sai, nessuno ripara uno stivale | a Roma, sai, nessuno, osa camminare”.

Per camminare, serve partire. E per partire, serve organizzarsi, serve fare uno zaino, e metterci dentro delle cose. E bisogna camminare insieme, perché accelerare l’avvenire è fatto di due pilastri: fare le cose intense, e farle ampie, con la base larga, larga quanto sia necessario per far diventare “fruttuosa” la volontà di cambiamento. “Un progresso qualitativo, un progresso quantitativo”, lo definiva un ragazzo sardo che, durante la guerra, faceva le riunioni clandestine a San Lorenzo; ci arrivava a piedi, visto che abitava dietro villa Torlonia, e sempre a Roma è sepolto, dopo anni di prigionia. Per partire, serve un partito.

***

Le altre puntate della “trilogia di Ignazio Marino” le trovi qui

P.S.: ti piacerebbe avere una corrispondenza con un funambolo? Lungoibordi ti scrive una lettera ogni mese con una selezione di storie, video, siti che avresti sempre voluto vedere. Iscriviti su: http://tinyletter.com/Altribordi

 

CONDIVIDI
Articolo precedenteCosa resta di Ignazio Marino
Articolo successivoCosa resta di Ignazio Marino – Un partito
Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".