Terza elementare? Quarta forse. Boh. Pizzeria, festa di compleanno di quelle terribili, dài, terribili proprio; due regali: uno, collettivo, da vari compagni di classe, una giacca. E una maglietta: un regalo a parte, solo da alcuni. Una maglietta che ho ancora, una Parole di Cotone (erano fantastiche, dovrebbero rifarle). Girava intorno a una frase di Napoleone: un pianeta celeste su sfondo blu, un omino giallo quasi fuso a metà col mare su cui stava in piedi. “Gli uomini”, diceva, “sono rari”. Mi è tornata in mente scrivendo.

Credo di essere stato, negli ultimi due anni, uno dei principali difensori in città di Ignazio Marino e delle sue scelte amministrative. Ho difeso, in conversazioni e roba scritta in giro praticamente tutti i provvedimenti della giunta, anche quelli più impopolari. Tipo quando hanno aumentato le strisce blu. Credo sia stata una scelta giusta, e ne abbiamo discusso con amici e colleghi fino allo sfinimento: sì, credo che il parcheggio, in città, debba costare di più. Sì, credo che debba costare di più da subito, da domani, anche se il trasporto pubblico è una mondezza, perché noi romani dobbiamo lasciare a casa la macchina: punto, perché in questa città non si vive. Questo è solo uno degli esempi, ce ne sono altri: e ho continuato a sostenerlo ogni volta che è stato possibile, scazzando con la gente, cercando di contenere chi era diventato (come un riflesso condizionato ugualmente pericoloso) parte degli arrabbiatissimi Marino-ultras degli ultimi tempi. L’ho fatto, difenderlo dico, per una ragione che può suonare assurda: perché lo capisco, tantissimo. Umanamente, intendo. Perché credo di essere stato molto simile, e di essere ancora, a tratti (avanti e indietro, dentro e fuori, va e torna) al ritratto che di lui si è fatto: ritratto che mi sembra, in linea di massima, sostanzialmente esatto. “Been that way for all the time“, tiene il basso sul Re.

Se avessi un euro per ogni volta che mio padre, familiari, parenti, amici, mi hanno detto questa frase sarei ricco. “Tommaso: ti poni male”: una frase di una preziosità nascosta e terribilmente criptica, di cui non ho mai capito il senso fino allo scorso marzo. Il giorno dell’ultima convocazione del Partito Democratico romano, in un teatro dietro via Nazionale. A margine degli eventi politici, non mi fermo mai: vado su, vado giù, cerco gente che mi aiuti a capire, che mi regali punti di vista nuovi, che mi dia un po’ il polso della situazione. Saluto le compagne e i compagni, divido la platea per zone: quel circolo, quell’altro circolo, quelli della Garbatella, quelli del Tiburtino, salgo al secondo piano. Appoggiato alla balaustra c’è il sindaco Ignazio Marino: ci hanno fatto anche una foto, che è girata un po’ sui social, che mi vede scambiare due parole con lui. In quello breve scambio, incontro quel che di lui si dice: un uomo che mette distanza, che si fida di pochissimi, che “lo devi conoscere bene per apprezzarlo”. Roba così.

Mi ricordo la prima assemblea studentesca in cui presi la parola, vestito come un disagiato e con dei capelli lunghi che, ad un osservatore nemmeno troppo attento, già suggerivano l’attuale destino; impappinai cinque parole confuse e conclusi l’intervento con “chi mi conosce ha capito”. Bene, se per capire quel che dico serve conoscermi, difficilmente potrò mai rappresentare qualcuno, perché saranno gli altri a rappresentare me, a dovermi spiegare, a dover fare da accesso al mio mondo, ad interporsi, a mediare. Di Ignazio Marino si possono dire tante cose, e la principale è che è davvero una bella capoccia: ha il quadro chiaro in mente della città che vorrebbe, guarda Roma e pensa Parigi; ha tutto definito, tutto quadrato, tutto squadrato, preparato in testa. Già: in testa, è questo il problema.

Il romanzo di formazione dell’adolescenza della mia generazione è un fumetto: ha per protagonista un papero, quello dei cartoni animati, solo che in Italia a un certo punto hanno deciso che ci si potevano fare sopra delle cose pazze, giocarci, farlo centro di un’epica narrativa a più livelli di lettura: bello, Paperino, bello bambino che ti compri Paperino; e dietro, bum, il fratellone più grande che oltre a comprarsi i fumetti americani (o magari, oltre a), non ha mancato un’uscita di quel gioiello della letteratura contemporanea che è Pk, Paperinik, sì, ma divenuto supereroe supertecnologico, e, come dice Zerocalcare, se non l’hai letto leggilo, fidati degli adolescenti degli anni ’90. Non deludono mai.

Il principale alleato dell’eroe, il personaggio migliore, è un’intelligenza artificiale rinchiusa in una bolla di vetro verde, una supermacchina, un calcolatore preciso all’infinitesimo che – ed è questa la cosa più bella – piano piano cresce, evolve, vive fino a diventare qualcosa di migliore: e in quelle due parole scambiate su quella balaustra con un sindaco distante ho capito qualcosa di me. Ho capito che pensare le cose, averle chiare in testa, avere il quadro ampio, la letteratura, la cultura e i riferimenti, significa aver ragione, forse: e la ragione non basta mai. Al massimo, può servire a diventare intelligenze artificiali rinchiuse in bolle di vetro – e questo, probabilmente, sarebbe l’esito meno grave. Perché il rischio potrebbe essere quello, invece, di abituarsi ad imporre il proprio pensiero, proclamandolo fino a perdere la voce e rinunciando al percorso che alla fine farà la differenza: quello di far diventare le proprie idee cammino, coinvolgimento, occasione, costruzione. Scansare questo passaggio – quello faticoso, quello difficile – significa rimanere al punto di partenza. Soli. E violenti, nel proprio pretendere che le ragioni siano sufficienti a cambiare qualcosa. E feriti, ogni volta che, inevitabilmente, quanto si costruisce su queste fondamenta posticce cade.

Così, io credo, abbiamo avuto per due anni un sindaco che era, essenzialmente, un computer perfetto. Ed è proprio per questo che andava sostenuto molto, e molto di più di quanto non abbiamo tutti quanti fatto: accompagnato, aiutato, incoraggiato. Ignazio Marino è un uomo dai concetti chiari e dalle idee lucide: di persone di cui si possa dire la stessa cosa ce n’è poche. Ma la sua parabola ha dimostrato quanto questo, purtroppo, sia necessario e non sufficiente. Perché ti lascia da solo, ed esposto agli attacchi, e al primo errore serio, indifendibile, appena finisci con le spalle al muro, ci finisci insieme ai tuoi quadri ampi che hai chiari solo tu, che non hai condiviso abbastanza, che non hai regalato a sufficienza, chiedendo di essere capito e apprezzato a priori, invece di meritarti sul campo fiducia e stima. E’ così che le ragioni storiche, direi giornalistiche, che hanno portato alla caduta del sindaco, hanno potuto innescare la fine del mondo a cui tutti abbiamo assistito. I viaggi in America, il casino degli scontrini, le parole di Papa Francesco: “Io, a lui, non l’ho invitato”.

Ero nei sotterranei di una libreria dove si presentava un libro di uno degli esponenti  della maggioranza che sostenevano il sindaco, quando una signora con i capelli belli fatti da un parrucchiere tre ore prima si è alzata per denunciare “le ingerenze vaticane che ci sono, e sono forti in città”, prima di tornare a sedersi con la sua borsa di Luis Vuitton. Va bene, parliamone: sì, il sindaco Ignazio Marino è saltato quando si è messo in una posizione indifendibile nei confronti del Papa. E’ proprio così che è andata, senza girarci intorno. E mettersi in una posizione indifendibile nei confronti del Papa, è un problema politico sufficiente a far saltare il comune di Roma. Lo è davvero.

Possiamo confermare una notizia che è già girata, e di cui ho qualche riscontro: Ignazio Marino aveva il telefonino privato di Papa Francesco, e lo chiamava, pare, un paio di volte a settimana. Questo, in uno stato laico, è un problema grosso come un capannone sul Tevere: se ci togliamo un secondo il sangue dagli occhi, prima che ci esploda una vena, provo a spiegarmi. Il Papa, per un cittadino laico dello stato italiano, è prima di tutto – anzi, solamente –  un capo di stato estero.  E allora: il sindaco di Chicago ha il telefonino di Sergio Mattarella? No. Il sindaco di Parigi ha il telefonino del Re di Spagna? No. Il sindaco di Berlino ha il telefonino della Regina Elisabetta? No.

Ignazio Marino aveva il telefonino del Papa e lo usava, molto spesso, e a sua totale discrezione.

Io, se fossi stato il ministro degli Esteri italiano, e avessi anche solo saputo una roba del genere, sarei saltato sulla sedia, avrei licenziato due dirigenti, poi avrei alzato il telefono e avrei detto al sindaco di Roma: hai cinque giorni per dimetterti. E sì, quindi, non è un mistero che per far saltare Ignazio Marino si sia mosso Palazzo Chigi, e ha fatto proprio bene, agendo nel pieno delle sue competenze e a tutela del normale processo democratico dello stato italiano, quello per il quale con il capo di stato straniero parla il Governo del paese, il suo ministro degli Esteri, nell’ambito dei rodati canali diplomatici. Non il sindaco di Roma in cerca di una legittimazione politica dal Papa, perché ha esaurito tutte le altre. 

Come è stato possibile che Ignazio Marino sia arrivato talmente tanto all’angolo da pensare di poter contare solo su una – peraltro millantata – amicizia del Papa per rimanere in sella? Ecco, questa è la domanda, e la risposta è semplice: è irrilevante. In qualsiasi modo ci si sia arrivati, significa che si è alla fine, che non si è governata la propria storia politica e la si è, invece, subita. Questione di rapporti di forza: se arrivi al punto in cui non hai nessun margine di contrattazione, nessuna posizione di controllo, nessuna forza di leva sul Partito Democratico romano – ragazzi, il Partito Democratico romano, non l’Armata Rossa – è meglio che cadi il prima possibile. E’ come lasciarsi con la donna, o l’uomo, a seconda dei casi: se ti ci lasci è perché c’è un motivo, e se c’è un motivo uno vale l’altro, e allora tanto prima, tanto meglio.“Per come è andata a finire”, ha detto un assessore della giunta Marino, “penso che questo esito sia nient’altro che la somma dei limiti di tutti gli attori in campo”. Esatto: e quando un’esperienza diventa la somma dei suoi limiti, e non la somma dei suoi meriti, significa che il timer è innescato, la miccia è corta, i tre ingredienti della maionese sono impazziti.

Una città, sballottata senza equilibrio fra un’etica a geometria variabile e l’estetica dell’apparenza, a volte del conflitto, a volte dell’auto-celebrazione, come una virgola piazzata a dare un’enfasi non necessaria; un partito che piange le sue lacrime di coccodrillo per i suoi veri, reali investimenti migliori, consiglieri municipali e presidenti di municipio, che nel peggiore dei casi vivacchiavano, e nel migliore chiamavano al telefono le mamme dei bimbi per chiedergli di pazientare uno, due giorni in più, perché si sbloccasse quel posto all’asilo nido; un uomo, liquidato dal Campidoglio nello stesso modo in cui è stato messo nelle condizioni di arrivarci: per disposizione di un dirigente nazionale del Partito Democratico, e per mano eseguente di una congiura di palazzo.

Io credo che rimpiangeremo Ignazio Marino, il sindaco supercomputer che è entrato a palazzo Senatorio per fare il lavoro sporco: formattare i computer, resettare le gare, riscrivere le procedure. E’ un po’ il dramma degli informatici, asfaltatori delle strade del nuovo millennio: fanno un lavoro da dietro le quinte, elaborano sistemi, infrastrutture, architetture, che nessuno vede e nessuno capisce, e li chiamano solo quando “oh capooo, nun s’accende ‘rcompiuter”. Credo che gli effetti delle sue scelte, quelle che la sua giunta è riuscita a portare a casa, le vedremo cogli anni. E forse, a quel tempo, varrà la pena di ricordare quel sindaco intelligente anche se poco fornito di quell’umanità pasticciona che – questo l’abbiamo imparato –  deve venire prima, renderci simpatici, accessibili, alla mano, consentendoci di mettere la città a suo agio e aperta a sufficienza alla nostra azione per consentirci di tirare dentro quelle due o tre scelte che la pazienza dei motorini che scorrono sul Lungotevere ci consentirà di fare. Questa non è la Scandinavia, per fortuna, e per cambiare le cose non basta un buon curriculum: “Roma, nun vole padroni“, sento dire ridendo. E fa ridere perché è vero.

“Ad una minaccia, la natura risponde in quattro modi: fuga, evitazione, sottomissione, lotta”: l’ho letto in un libro trovato nella stanza del nostro druido casalingo. Cioè, sì, è mia sorella, ed è un druido, nel senso che ha un rapporto con gli animali simbiotico, e di questo io ho molta ammirazione; mi piacerebbe dirvi che per arrivare a cambiare il tempo atmosferico dobbiamo ancora lavorare, però sarebbe una bugia, perché lo sappiamo già fare, e ci sono dei racconti e delle storie che potremmo portare a prova. Comunque.

Comunque, dicevo, ho letto questa frase su un libro di un tale che di lavoro fa il mago dei cani. E mi è tornata in mente la sera, in un circolo del Pd, in cui si teneva la consueta iniziativa politica con i consueti due importanti esponenti del centrosinistra romano. Evitazione, in particolare, mi è sembrata appropriata come parola: o addirittura, rimozione. Una roba un po’ psichiatrica, quel che sta accadendo nel corpo del partito: discussioni, percorsi, verifiche, idee per ripartire, con il nemmeno troppo nascosto fine di archiviare al più presto possibile l’esperienza di Ignazio Marino; in piddiese, si chiama “aprire una nuova stagione”. Bene: credo che se il centrosinistra romano apre questa bella stagione senza capire bene in che modo siamo finiti in questa penosa situazione, tanto varrebbe ascoltare chi – ed è stato detto, né sarebbe particolarmente assurdo – sta consigliando di non presentare alle prossime elezioni, qualunque esse siano, le liste del Pd a Roma. Come a dire: non siamo all’altezza, ci serve tempo.“E ce li meritiamo, cinque anni di opposizione”, mi ha detto una giovane militante, quasi di nascosto.

Credo che ognuno si meriti le storie che si scrive, che costruisce, per le quali lavora, sulle quali combatte: e qualsiasi storia sceglieremo di scrivere da ora in poi in questa città, proviamo a ripartire dal fatto che gli uomini sono rari. Alcuni sono teste in una boccia di vetro; altri sono androidi senza idee, programmati su quattro-cinque schemi piacioni e intrallazzatori che ripetono ossessivamente; ognuno si porta dietro le sue nevrosi con cui combatte, le sue inadeguatezze, i suoi limiti, che non sempre riesce a scaricare su sistemi di controllo esterni. Serve un uomo che governi la città, e una città che governi l’uomo, una trottola bilanciata di forza centrifuga, un ballo veloce che mantenga la bellezza, eppure efficiente nella sua rapidità. Serve la gentilezza di disegnare un percorso umano, la pazienza di costruirlo, la forza di mantenere la barra ferma e l’allegria di farlo ricordando che a Roma, a novembre, c’è comunque ancora il sole. E’ complicato, ma non è difficile.

(Copertina: Pk #48, “Le parti e il tutto”)
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Le altre puntate della “trilogia di Ignazio Marino” le trovi qui

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".