Chiedere ai consiglieri, agli esponenti, del Partito Democratico in consiglio comunale, quale sia stato il motivo, il motivo concreto per cui Ignazio Marino sia stato mandato a casa restituisce una, e una sola risposta: “Non ci ha ascoltato, non ha costruito il rapporto con noi, con il gruppo, con i suoi eletti, e quindi con una parte importante della città”. La cosa più tragica, lancinante, e dolorosa di questa risposta, è che è totalmente esatta, ragionevole e puntuale, precisa nell’analisi delle condizioni date.

Il Partito Democratico romano – ho avuto occasione di girarlo, conoscerlo, approfondirlo – è un universo complesso e a suo modo tremendamente appassionante: perché è l’unica realtà strutturata e ramificata rimasta nella città. Echi di un mondo lontano, patrimoni politici, relazioni e rapporti lasciati in eredità dalle generazioni precedenti sono il lascito che si respira nelle riunioni, nelle iniziative, nei circoli dove va in scena plasticamente quel “bisogno di confronto” che è, di volta in volta, materia prima per comunicati di propaganda o drammi di autocoscienza collettiva a scadenze prefissate. Salutari, peraltro.

“Affrontare la crisi, parlare, parlare e sfogarsi: e guardarsi di dentro, per capire chi sei”: i reduci, li cantava Gaber, ed è un termine che uso nella sua valenza coraggiosa e affettuosa. La politica, è una cosa importante, ed essere reduci della politica è un onore e una cosa bella. L’ho sentita pronunciata, questa parola, da un avvocato di parte civile nel processo Mafia Capitale: “Massimo Carminati e i suoi, sono dei reduci del loro mondo. Reduci della criminalità nera, reduci della stagione del terrorismo. Un legame di sangue e trincea che va oltre qualsiasi episodio, e che è pronto a riattivarsi in qualsiasi momento”. Ecco, la politica di questa città è dei reduci. Solo che Carminati e i suoi fascisti sono reduci mutati in mafia.

Il Partito Democratico romano, invece, ha in pancia una forza potenziale inespressa eppure evidente, tenuta bloccata solo dal suo avvitarsi su sé stesso e dall’aver seguito il cammino che ho visto portare le associazioni in generale, le organizzazioni di massa, alla catastrofe: il diventare una terapia di gruppo permanente, un canale di espressione di conflitti personali, interiori, intimi, scaricati sulla dinamica collettiva in un circuito malato e velenoso. Sarebbe anche una vicenda sana, in realtà, se gestita con la dovuta dose di saggezza.

“A me, questa storia dell’abolizione degli enti intermedi, mi puzza”, ho sentito una volta, in un posto importante: ed è vero. È quel che scriveva Norberto Bobbio quando parla della morte delle ideologie: non c’è nulla di più ideologico che proclamarla. Così, sostenere che dei partiti, solo perché la loro salute è attualmente pessima, si possa fare a meno, significa scavalcare il bisogno che i partiti canalizzano: ovvero l’esigenza, intima e buona, del tornare a casa la sera avendo detto la propria su qualcosa di rilevante, su qualcosa che abbia a che fare con quello che ci circonda. Se un partito non fa questo, chi ha bisogno di queste espressioni le coverà in solitudine, o le esprimerà in altro modo: e tutti noi avremo perso qualcosa di bello, anche solo potenzialmente.

Circoli, discussioni inconcludenti, educazione alla gestione delle relazioni e dei rapporti di forza: tutto questo è un partito, anche il peggior partito – e di organizzazioni messe peggio del Partito Democratico di Roma, che io sappia, ce n’è in giro poche. E anche in questo peggior partito, anche il peggior candidato è uno che ci mette la faccia, che si mette in strada e raduna dei voti sulla sua persona. Nei comuni, poi, dove c’è una legge elettorale che funziona (e a proposito, varrebbe la pena approfondire quanto abbia pesato nella crisi Marino una legge elettorale solida e funzionante come quella dei comuni), il candidato è votato per cognome, da cittadini che scrivono quei nomi che, ossessivamente, verranno spogliati con voce cadenzata: Petroselli, Petroselli, Petroselli; Argan, Argan, Argan ; Marino, Marino, Marino. Di tutto questo è necessario tenere conto, per amministrare una città.

Esiste un’opera recente imprescindibile per comprendere quale sia stato, negli ultimi anni, l’equilibrio fra le tre gambe della seggiola romana: città, partito, sindaco. Un libro breve da leggere di un fiato, annotando a margine le cose che colpiscono, e da regalare perché venga letto: è l’instant book di Walter Tocci, che inizia con una lunga e importante autocritica del modello amministrativo del centrosinistra romano. Illuminante sulle cause economiche che hanno gonfiato lo sviluppo della città nelle gestioni Rutelli e Veltroni e che l’hanno abbattuto negli anni della crisi economica: proprio noi di sinistra, che dovremmo ricordarci prima di tutto dei dati economici e dei rapporti produttivi, ci troviamo ora a commentare le vicende amministrative come se nulla avessero a che fare con la realtà del tessuto sociale.

Un partito, è questo che fa: mette a sistema, elabora e rappresenta le forze di una parte della società, proponendo a se stesso, a chi è più vicino, a chi è più lontano dalle proprie visioni, un progetto collettivo di società. “La democrazia che si organizza” diceva Palmiro Togliatti, che Matteo Orfini cita sempre. E la democrazia romana si è organizzata nel partito romano, quindi dovremmo chiederci che democrazia è quella della nostra città. Una democrazia comoda, che non chiede l’impegno, persa fra il velleitarismo di esperienze radical-contestatarie, assemblearismo senza apparente fine e gestione lardellosa dell’esistente disposta a difendere, ostentando persino buonafede, qualsiasi decadimento morale. “Il potere per il potere”, come dice, efficacemente, la relazione di Fabrizio Barca sullo stato del Pd Roma.

Che democrazia è, quella romana, la nostra, quella della città dei posti pubblici e parapubblici gonfiati e distribuiti a pioggia a mo’ di ammortizzatore sociale, del posticino comodo garantito a quel consigliere municipale, presidente di municipio o futuro tale? Ed è il processo per Mafia Capitale, che si apre mentre scrivo, a dimostrare cosa sia, cosa sia stato, cosa potesse essere il Partito Democratico in questa città. Perché per poter appoggiarsi, anche solo parzialmente, ad una rete tanto diffusa a fini criminali, deve essere prima stata costruita, cementata, edificata, una rete tanto diffusa. E il Partito romano è, questa rete ancora tanto diffusa, e dove non lo è più, può tornare ad esserlo con poco sforzo. Capillare, dialogante per le vie brevi con la macchina amministrativa, canale di collegamento con la cooperazione sociale, con i territori, con gli intellettuali, con le periferie, con le marginalità. Una rete di questo genere è prima di tutto una potenzialità.

Con questo sistema, con questa rete, Ignazio Marino non ha mai dialogato, non ha mai costruito un rapporto vero. Si è rinchiuso nella brillantezza della sua presunta diversità, fino a che anch’essa, inevitabilmente, è venuta meno. È questo è un problema politico che è sufficiente a far collassare un’amministrazione: perché si è persa un’occasione. L’occasione della leadership senza richiesta di autorizzazioni, l’opportunità di costruire sugli errori, diventati evidenti, esposti e inescusabili, una nuova storia più forte. La possibilità, dopo l’emersione dei collegamenti mafiosi – definizione della procura di Roma, ora alla prova dei processi – di prendere un partito morto e di portarlo in un posto migliore; accompagnare il cambiamento, attivare e riattivare i percorsi. Prendere i consiglieri e i dirigenti, i circoli, proprio quelli più esposti e più compromessi, guardarli negli occhi e dire: vista la situazione, da questo casino ne usciamo così, sono io il sindaco. Acchiapparli per la collottola e accompagnarli, di peso se necessario, nei mercati e nei territori, a prendere gli insulti e i meriti. Riallacciare, nell’ora più buia, il famoso rapporto con la città, sfidando da una posizione di assoluta forza quei poteri gradassi, criminali e puttanieri che, forti della pigrizia di tutti noi, questa città se la magnano quanto e quando vogliono.

Oppure, ancora, distanziarsi in maniera univoca dal partito e dai voti grazie ai quali il sindaco è arrivato in Campidoglio. Perché, va ricordato, ogni voto al Partito Democratico fu un voto ad Ignazio Marino: ebbene, dire “dopo quello che è emerso, rifiuto questi voti e questo sostegno. Governerò con il consenso che di volta in volta raccoglierò in consiglio comunale “, si poteva, era una strada praticabile. La legge lo consente, sarebbe stato coraggio, sarebbe stata una sfida.

Ignazio Marino aveva l’occasione di impacchettare da un punto di assoluta forza il Partito Democratico romano; subito dopo l’esplosione della crisi di Mafia Capitale, non ci sarebbero stati ostacoli. Per ciò che rappresenta il PD Roma in città, avrebbe reso a tutti un servizio millenario, agendo nelle dinamiche con saggezza, aiutando a distinguere i buoni dai cattivi, e generando un impatto esponenziale. Invece, non ha percorso nessuna delle strade che gli avrebbero consentito di essere un agente del cambiamento di questo sistema politico-amministrativo-sociale, preferendo rifugiarsi nell’illusione della propria unicità.

Il principale effetto di questa strategia è quello di consentire il balbettìo: quello dei consiglieri comunali del Partito Democratico che, a domanda sui motivi, concreti, per i quali il sindaco è caduto, possono rispondere a buon diritto: perché non parlava con noi. Il mio lavoro è bellissimo, se si salva sempre la buonafede delle persone: perché non parlava con noi. Non sul verde. Non sui rifiuti. Non sul bilancio. Non sui temi, ma sulla politica dei rapporti, e sui rapporti della politica. Aver consentito alla classe politica romana di mandare a casa il sindaco da noi votato sulla base di un argomento privo di qualsiasi consistenza concreta, semplicemente ponendo la questione della mancanza dei rapporti fra sindaco e partito di maggioranza, e potendolo dire anche con piena ragione e totale diritto, è una responsabilità che a Ignazio Marino, noi romani, non possiamo perdonare.

La leadership, sempre, non si concede: si esercita.

( Copertina: da Facebook )

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Le altre puntate della “trilogia di Ignazio Marino” le trovi qui

 

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".