Tra cinque anni, se alzeremo lo sguardo al cielo notturno, potremo vedere un oggetto luminoso straordinario, nato dalla collisione di due stelle orbitanti intorno a un centro comune. La coppia, astronomicamente catalogata con il romantico nome di KIC 9832227, fa parte di un sistema binario che darà il meglio di sè nel 2022 dalle parti della costellazione del Cigno e diventerà uno dei corpi stellari più potenti, paragonabile a Sirio, la seconda stella più luminosa del cielo.

Da appassionato di cielo notturno, stelle e galassie tutto questo mi fomenta tantissimo e probabilmente la cosa che più mi piace è il fatto che questa esplosione che noi forse, gli astronomi non ne hanno la certezza assoluta, vedremo tra cinque anni si è in realtà verificata 1.800 anni fa. Si perché questo sistema binario dal bel nome si trova a circa 1.800 anni luce dalla Terra e questo significa che la luce, mezza schiappetta che viaggia a 300.000 km al secondo, ci ha messo 18 secoli a percorre la distanza che divide le due stelle da noi.

Tra tutte le cose fantascientifiche “dello spazio” questa è quella che da sempre mi ha fatto schizzare gli occhi fuori dalle orbite: tutte le stelle che noi vediamo (e che sono a distanze di una certa importanza, diciamo dai 200 anni luce in poi) potrebbero essere esplose o ballare la cucaracha da tempo e noi, nel corso della nostra breve esistenza, potremmo benissimo non accorgercene. La cosa è altrettanto elettrizzante se vista al contrario: se dalla galassia più vicina a noi, quella di Andromeda, distante da noi poco più di 2,5 milioni di anni luce, un ipotetico osservatore puntasse il suo telescopio sulla Terra assisterebbe agli albori della vita umana con i primi ominidi.

In base a questo ragionamento che non finirà mai di stupirmi l’esplosione delle due stelle KIC 9832227 è quindi avvenuta più o meno nel 222 d.C., “poco dopo il regno dell’imperatore romano Caracalla” avevo letto su un qualche articolo che ne dava la notizia, e tutta questa tiritera da astrofilo che finora ho fatto mi serviva solamente per attirare la vostra attenzione e parlare di quello che realmente mi interessava.

Quando quelle due fottutissime stelle esplodevano in cielo, già da 10 anni tutti gli abitanti dell’Impero avevano ottenuto la status di cittadini romani grazie alla promulgazione della Constitutio Antoniniana di Caracalla, nato Marco Aurelio Severo Antonino.  È tra gli storici un tema dibattuto quello di interpretare questo grande cambiamento come una delle prime fasi del declino dell’Impero: prima di allora concedere la cittadinanza romana (condizione che comportava grandi vantaggi sociali e altrettanti oneri) con parsimonia era stato uno dei modi più favorevoli in cui sia la Repubblica che l’Impero avevano basato i loro rapporti, di superiorità e controllo, con coloro che abitavano entro i loro confini, specie con le popolazioni straniere.

Si diventava “romani” per meriti straordinari e il Senato o l’imperatore concedeva la cittadinanza solo alle élites provinciali che in questo modo diventavano intermediarie di Roma nel governo delle regioni più lontane. I nuovi cittadini, a loro vantaggio, entravano nel “giro giusto” del potere, riuscendo così a ricoprire le cariche istituzionali più alte, perfino quella di imperatore. Concedere la cittadinanza a tutti, obiettano alcuni specialisti, fece di colpo perdere l’interesse che molti abitanti delle periferie dell’impero potevano avere per migliorare le loro condizioni di vita, quella diffusa spinta alla conquista di un privilegio che avrebbe cambiato la vita di una persona, della sua famiglia e dei suoi discendenti (la cittadinanza romana era ereditabile). Si sarebbe così avviato un progressivo disinteresse per la cosa pubblica che, due secoli dopo e assieme a molti altri fattori, sarebbe risultato fatale.

È strano che oggi, a 1.800 anni dalla Constitutio Antoniniana e da quell’esplosione delle due stelle che non hanno altra colpa che quella di aver innescato anche questo mio labirintico pensiero, da noi stiamo invece assistendo all’esatto contrario: la concessione della cittadinanza in Italia a tutti coloro che vi ci sono nati da genitori stranieri o migranti è ancora un processo che viene dibattuto, spesso ostacolato, e ancora fermo in via d’approvazione in Senato. Quando questa tema sale, ormai ciclicamente, al vertice del cronaca e del confronto politico, si raggiungono performance d’isterismo di ineguagliata bellezza come questa qui, dove si sostiene, testualmente, che “la legge sulla cittadinanza agli immigrati (…) ha causato decine di vittime. Alcuni dei terroristi islamici, infatti, che hanno colpito i paesi europei avevano la cittadinanza”.

Credo fortemente che il nostro Paese potrebbe recuperare almeno una parte di quella dignità che ha perso per strada in questi ultimi anni se riuscisse a riconoscere uno stato che spetta di diritto a circa un milione di persone, quasi tutte giovani, che hanno voglia, forza e motivi per battersi e ottenere quello che è giusto, che guarda un po’, andrebbe pure a vantaggio della collettività.

E sarebbe anche bello se questo processo si concludesse davvero entro i prossimi 5 anni, prima che nel 2022 arrivi sulla Terra la luce di quelle stramaledette stelle esplose quando tutti i residenti dell’Impero avevano lo stesso status. Così, tanto per chiudere il cerchio.

 

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Tommaso Caldarelli ne dice: Francesco Gagliano è quello fico; ha 27 anni e vive a Roma. Testa da storico che cammina a piedi per l'Italia e tutti aspettiamo che inizi a scriverne, magari a ritmo della grancassa con cui è bravo a dare il ritmo; lo trovate, a volte, a zappare la terra, perché ne sa il valore. Alle elementari giocavamo ad un gioco di cui terremo segreto il nome; da allora abbiamo cambiato vari giochi, e giochiamo ancora. Scrive "L'irrequieto".