Quella che trovate di sotto è la mia lista dei dieci film preferiti e dei dieci più deludenti, distribuiti nelle sale italiane nel corso del 2016. Come avevo già scritto in una precedente occasione, si tratta di una classifica PERSONALISSIMA, che tiene conto unicamente dei film che ho avuto modo di andare vedere (per intenderci, devo ancora recuperare titoli come The Neon Demon e Deadpool).
E poiché assegnare un ordine di preferenza sarebbe stata una cosa piuttosto brutale, i titoli sono stati inseriti in maniera del tutto casuale.

TOP TEN

Il cittadino illustre di Gastón Duprat e Mariano Cohn


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Il prodotto argentino candidato all’Oscar come Miglior film straniero è stato distribuito in Italia soltanto in qualche saletta sfigata. Come spesso accade in questi casi, si tratta di un lungometraggio bellissimo.
Daniel Mantovani (interpretato magnificamente da Óscar Martinez, già protagonista di uno degli episodi di Storie Pazzesche) è uno scrittore che ha vinto il Nobel per la Letteratura. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, si tratta di un personaggio squallido, tronfio e populista. Un individuo del genere sarebbe stato immediatamente idolatrato da Paolo Sorrentino e descritto come un superuomo. Gastón Duprat e Mariano Cohn, invece, colgono l’occasione per delineare una critica ultra-pungente all’arte contemporanea e, soprattutto, alla pomposità di certi artisti. Il protagonista, infatti, verrà immediatamente messo a nudo nel momento in cui viene invitato nel suo piccolo e detestato paese natale in Argentina per ricevere un premio.
C’è poco altro da aggiungere. Lo consiglio a tutti.

Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti

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Era l’anno 2000 quando negli Stati Uniti L’X-Men di Bryan Singer diede il via a tutta questa industria cinematografica (o moda, se preferite) di film sui supereroi. Da allora ogni anno noi europei siamo costretti a sorbirci una ventina di cinecomic provenienti da oltreoceano.
Dopo Il ragazzo invisibile di Salvatores e (soprattutto) dopo l’ultimo lavoro di Mainetti, ci siamo finalmente arrivati anche noi.
Anche a costo di risultare banale, non potevo non inserire Lo chiamavano Jeeg Robot in questa lista. Perché è semplicemente un film meraviglioso, diretto in maniera impeccabile e recitato meglio. Perché inserisce gli elementi classici del cinecomic con la cultura italiana e coi fatti realmente accaduti nel nostro Paese (il fallito attentato del 1993 allo stadio Olimpico di Roma, che diventerà il terreno di scontro finale tra il protagonista Enzo Ceccotti e “lo Zingaro”). Perché è un cinema d’autore nonostante stiamo parlando in un film di intrattenimento. Perché per combattere contro le scelte di produzione e per raggiungere piena autonomia di scrittura e di regia, Gabriele Mainetti ha dovuto sgobbare per quattro interi anni.

E perché c’è questa scena qui, che è pazzesca.

 
Zootropolis di Byron Howard e Rich Moore

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Che la Disney faccia film più per adulti che per bambini non è neanche più una notizia ormai. Così come il fatto che ultimamente non stia sbagliando un colpo.
Difatti Zootropolis è uno dei tanti capolavori d’animazione usciti negli ultimi anni.
Il titolo si riferisce ad una metropoli costruita dagli animali, dove tutte le specie convivono pacificamente in una società ugualitaria, almeno apparentemente. In realtà la coniglietta Judy Hopps, che coltiva sin da piccola il sogno di diventare poliziotta, si renderà ben presto conto di appartenere, a causa della sua fisionomia ritenuta poco adatta al mestiere, ad una minoranza sociale.
L’intero film si basa, quindi, da un lato sulla perenne rincorsa al sogno americano (c’è la solita moraletta secondo la quale se ti impegni e hai talento riesci a scalare le gerarchie sociali) dall’altro sull’attualissimo ricorso alla paura come strumento di propaganda elettorale (sì Salvini, si parla proprio di te!). La costruzione di un capro espiatorio, la classe degli animali carnivori, è finalizzata a limitare le libertà individuali e a dare libero sfogo alle politiche più reazionarie. Ma attraverso una sceneggiatura divertentissima e incalzante, si assisterà pian piano ad un ribaltamento dei pregiudizi precostituiti durante la pellicola.
È dunque un film che si muove si più strati, dal buddy cop movie alla commedia. Con un montaggio che in certi casi non avrebbe nulla da invidiare ad un vero thriller.
Caratterizzato da una sceneggiatura intelligente, un umorismo brillante ed una grafica eccezionale, Zootropolis è sicuramente uno dei più bei film dello scorso anno.

 

Perfetti sconosciuti di Paolo Genovese

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Per uno che detesta Paolo Genovese come il sottoscritto, Perfetti sconosciuti rappresenta senz’altro un qualcosa di inaspettato.
Si parte sempre dalla commediola borghese, ambientata però in un contesto molto teatrale (come ne L’angelo sterminatore di Buñuel, i protagonisti si muovono in uno spazio ristretto, perlopiù seduti ad un tavolo). Si gioca quindi sul piano dei confronti verbali e dei giochi di sguardi. Con un cast di attori notoriamente bravi che discutono e ridono con una sintonia perfetta, ne esce un film profondamente amaro ma pure assai divertente.
Perfetti sconosciuti è un’ottima pellicola perché parte innanzitutto da un’idea (se vogliamo neanche troppo originale) ben centrata ed elaborata. C’è un attenzione particolare ai dettagli: le battute dei protagonisti non sono le solite ruffianate perbeniste; si sentono suonerie dei cellulari improbabili e divertenti che partono nei momenti meno opportuni.
La sceneggiatura è talmente credibile e ben costruita che il finale un po’ raffazzonato mi ha provocato qualche fastidio. Resta ad ogni modo un ottimo film, che ha ottenuto un grandissimo successo in Italia e che sarà presto oggetto di remake all’estero.
E probabilmente sarà anche una forzatura inserirlo tra i primi dieci film dell’anno. Ma sono assolutamente convinto che le commedie italiane debbano seguire questa strada.

 

Veloce come il vento di Matteo Rovere

Ho già avuto modo di parlarne qui.

 

 

È solo la fine del mondo di Xavier Dolan

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Se non lo avete già fatto, guardatelo.

 

Io, Daniel Blake di Ken Loach

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Altro capolavoro di Ken Loach.
È la storia di un Daniel, un uomo anziano in difficoltà economiche e di salute, che si batte contro “il sistema” per affermare i propri diritti (l’assistenza sanitaria) e quindi la propria umanità. Comincia perciò a rimboccarsi le mani e ad affrontare un mondo il cui motto sembra ormai essere diventato “you must stand out from the crowd” (in una delle scene più esilaranti, Daniel frequenta un corso di formazione in cui viene spiegato come compilare un curriculum vitae e come presentarsi al meglio durante un colloquio di lavoro).
Eppure Io, Daniel Blake non è un semplice film che tratta in maniera comica le vicende di un uomo anziano intento a combattere contro i mulini a vento della burocrazia. Daniel, infatti, non è il solito vecchietto che detesta i giovani e che trascorre le proprie giornate davanti la tv a guardare Pomeriggio Cinque. Al contrario, è una persona che ama passare il proprio tempo in compagnia di un ragazzo, suo vicino di casa, e soprattutto di una donna, anch’essa più giovane di lui e con dei figli a carico. Nasce così un’amicizia che certamente non aiuterà nessuno a raggiungere i proprio obiettivi, ma sicuramente è funzionale a far commuovere il pubblico, con alcune scene di fortissimo impatto drammatico.
Il senso di rispetto che Ken Loach riesce a trasmettere nei confronti del vecchio Daniel è assoluto, e lo si denota soprattutto dall’utilizzo delle dissolvenze in nero nei momenti più drammatici, come a non voler infastidire ulteriormente il protagonista  con la macchina di presa.
Lo inserisco tra i miei dieci film preferiti del 2016 perché sono assolutamente convinto che prodotti del genere, in un periodo storico come quello che stiamo attraversando, siano più che necessari.

 


Animali notturni di Tom Ford

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Quando esce un film diretto da uno stilista che produce occhiali da sole, il minimo che si possa fare è nutrire qualche perplessità. E, ad essere sincero, ho avuto il forte sospetto di stare a guardare un prodotto bello esteticamente ma senza capo né coda per tutta la durata del film. Eppure Animali notturni è un film che ti resta perennemente in testa anche due, tre, venti giorni dopo essere stato al cinema. Perché è incredibilmente pregno di suspense e di inquietudine (non provavo una sensazione così forte dai tempi di Funny Games di Michael Haneke) e perché (senza volersi addentrare in paragoni troppo scomodi) si ritrova molto del rigore cinematografico di Kubrick e delle atmosfere notturne e dilatate di Lynch.
Parlando di sceneggiatura, Animali notturni  è sì una (drammatica) vicenda d’amore ma anche una storia di vendetta che si consuma su due piani: da un lato la vita reale della protagonista Susan e dall’altro la vicenda scritta nel romanzo del suo ex marito che quest’ultima è intenta a leggere. Il film gioca quindi su un perenne parallelismo, con i due piani narrativi che vengono uniti da un filo sottile. C’è il rimpianto di aver perso, per motivi diversi, una persona cara e, dall’altra parte, il desiderio di rivalsa.
Entrano poi in gioco i colori, ben calibrati e veri protagonisti (no, questa volta non è un modo di dire) del film. In particolare il rosso, il colore della vendetta, è ricorrente nelle sequenze più drammatiche ed è anche il colore di capelli dei personaggi femminili principali, rappresentando quindi l’indizio chiave che permette di intuire la relazione tra i due universi.
Insomma, un film stupendo. Montaggio e inquadrature centrali da brividi. Colonna sonora che non ve lo sto neanche a dire. Fotografia mostruosa.
E continuo a scervellarmici tutt’ora.

 


Rogue One: A Star Wars story di Gareth Edwards

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Dopo Star Wars: Il risveglio della forza avevo deciso di mettere da parte tutto l’universo di Guerre stellari e andare avanti, pensando tra me e me “ok Marco, sei diventato troppo grande per queste stronzate”.
Ma dopo aver visto Rogue One al cinema ho capito che stavo solo mentendo a me stesso.
Gareth Edwards mette da parte tutte le solite pappardelle sulla Forza e sui jedi. Niente più profezie o prescelti. E, soprattutto, basta con questa cazzo di serialità che ti impedisce di andare al cinema a guardare un film se non hai almeno visto i sette prequel precedenti. Rogue One: A Star Wars story è un prodotto autoconclusivo (alleluja!), un ottimo film di guerra che svela sostanzialmente una tremenda verità: in guerra la gente muore. E quando sopravvive spesso e volentieri compie scelte impopolari, andando contro i propri ideali.
Detto questo, ottima la regia di Edwards (che già avevo amato in Godzilla del 2014) e strepitose interpretazioni da parte di tutto il cast (i personaggi evolvono continuamente, anche a livello espressivo, durante il corso della storia). C’è moltissima azione individuale unita al gusto per il cinema militare d’altri tempi, fatto di uomini minuscoli coinvolti in esplosioni molto grandi, di soldati che si sacrificano eroicamente per permettere ai propri compagni di inviare un messaggio via radio.
Finale, poi, splendido.

 

Passengers di Morten Tyldum

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Ok, sarà anche un film mediocre.
Però che ve devo dì: Jennifer Lawrence è troppo figa.

 

FLOP TEN

The Hateful Eight di Quentin Tarantino

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In assoluto il film più brutto della filmografia di Tarantino e il film che più mi ha deluso di tutto il 2016. Ma a tal punto che spesso mi viene da pensare di non averci capito nulla.
Per cominciare, la cosa che più mi ha fatto storcere il naso (perché da Tarantino certo una cosa del genere non te la aspetti) è la fotografia. Dico questo perché The Hateful Eight è prima di tutto un film ambientato nel gelo e nella neve e in questo film il freddo non viene percepito a livello fotografico dallo spettatore, bensì  solo e unicamente dalla sequenza del portone che continua ad aprirsi facendo entrare il gelo all’interno della baita.
Dal lato della sceneggiatura, sono molteplici i passaggi che fatico tutt’ora a comprendere.
Del tipo.
Perché Jody, il personaggio nascosto per metà del tempo in cantina, spara a Warren solo dopo che quest’ultimo ha ammazzato metà dei suoi compagni?
Perché Mannix non si intromette nella disputa tra Warren e il generale Smither che porterà alla morte di quest’ultimo?
Perché, anche se siamo nel vecchio west, il personaggio di Michael Madsen ha i capelli tinti?

 

Questi giorni di Giuseppe Piccioni

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Quattro ragazze in viaggio che trascorrono il tempo stando in silenzio con la testa pensierosa appoggiata al finestrino.
Un film che non si capisce bene di cosa parli.
Personaggi totalmente vuoti e stereotipati che prendono decisioni sulla base di motivazioni che allo spettatore non è dato conoscere né tantomeno intuire.
La voglia di voler dare a tutti i costi un tocco profondo ed intellettuale al film è assolutamente tangibile, ma è pure immediatamente soffocata dalle interpretazioni tremende da parte di tutto il cast. E da una regia che è pure peggio.
Meglio i cinepanettoni.

 

Le confessioni di Roberto Andò

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Le confessioni è un film pretenzioso ai massimi livelli ma anche parecchio fumoso nell’idea di partenza, quella di inserire un monaco nella stessa stanza in cui si riuniscono i potenti della Terra così da metterli a nudo e permettere loro di capire che in fin dei conti non sono poi così potenti ma succubi della finanza. C’è insomma la volontà di raccontare temi altissimi senza riuscire a trasmetterli allo spettatore col dovuto pathos.
Roberto Andò non esita a guardare il mondo dall’alto al basso, pretendendo di offrire allo spettatori spunti morali abbastanza campati per aria.
In definitiva, un film piuttosto infantile.
Anche se troviamo, come sempre, l’ottima performance di Toni Servillo (fantastica la sua entrata in scena).

 

 Suicide Squad di David Ayer

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Ho recuperato questo film durante un noioso pomeriggio autunnale.
Niente.
Ci sono questi cattivi che poi alla fine cattivi non sono.
Inevitabilmente la mia attenzione ha preso pian piano a scemare.
Ho cominciato a pensare alla mia vita, al lavoro, alla casa.
Al fatto che saranno anni che dico che vorrei farmi una vacanza a Budapest e non l’ho ancora fatto.
Forse addirittura a cosa votare al referendum costituzionale.
E ho detto tutto.

 

 Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali di Tim Burton

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Boh, mi è sembrato francamente un film di uno a cui ormai non gliene frega più nulla e non ci prova neanche più. Anche se so di sbagliarmi.

 

 Fuga da Reuma Park di Aldo, Giovanni e Giacomo

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Scherzavo, non l’ho visto.
Mi è bastato il trailer.

 

Ustica di Renzo Martinelli

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Peccato. Se non si fosse preso così tremendamente sul serio sarebbe stato un ottimo b-movie.

 

Zona d’ombra di Peter Landesman

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La trama la conosciamo tutti. È la storia di un medico nigeriano che mette a nudo la Nfl riguardo i traumi al cervello subiti dai giocatori.
Mi ha annoiato da morire, mi spiace.

 

L’Abbiamo Fatta Grossa di Carlo Verdone

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Caro Verdone,
ma tu, il tuo ultimo film, l’hai visto prima di farlo uscire in sala?
No perché è brutto forte, sai.
E mi pare francamente assurdo che tu non ti sia reso conto che la collaborazione con Albanese a livello stilistico non funziona neanche mezzo minuto. Così come il fatto che non vi sia nulla, all’interno di questo film, che in Italia non sia già stato prodotto o ideato.
C’è da aggiungere, inoltre, che per la prima volta in vita mia mi sono infastidito per le troppe parolacce gratuite. Il ché mi fa pensare che forse sto lentamente invecchiando.
E questa è stata forse la cosa peggiore che il tuo film mi ha provocato.

 

 L’estate addosso di Gabriele Muccino

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Muccino smettila. C’hai cinquant’anni.


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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".