Charlie Hebdo è morto, viva Charlie Hebdo”. Sì, va be’. Sapete, per me la parte più difficile dello scrivere una cosa è sempre stata l’iniziare. E all’inizio di questa brutta storia io sono volato a Parigi con la mente, e sono andato a cercare dove è la redazione del giornale in cui i terroristi hanno fatto irruzione, e ho ricordato quel pub a Place des Vosges dove non sono riuscito ad entrare, e ho ricordato la colonna di Bastille, e poi mi sono messo a pensare.

Ho pensato per giorni se era il caso di scrivere qualcosa, perché ognuno ha già dato il suo punto di vista; io sono sempre stato uno che chiacchiera, ma magari non c’è tutto questo bisogno, soprattutto quando tanti hanno già detto e scritto. Allora mi sono messo a parlare, a chiedere, a persone brave, che ne capiscono; ho ricordato cose scritte da altri che mi hanno colpito. Ora provo a mettere tutto insieme, ma voi fate una cosa: se vi siete rotti le palle, fate mezzo bene; non leggete, chiudete tutto. Io prendo solo qualche appunto per me, e per chi non s’è sfranto. Sperando di non scrivere cose banali.

 

1) “Il commento è libero, ma i fatti sono sacri”

“Vi scongiuro, fratelli, restate fedeli alla terra”
F. Nietzsche, Also Sprach Zarathustra

Dopo un’infanzia fatta di orfanotrofi e servizi sociali, i due terroristi hanno vissuto per un periodo a Gennevilliers, un paesone da 40mila abitanti alle porte di Parigi. Io sono un ragazzo di città, le città mi colpiscono sempre; per noi è difficile, credo, capire cosa sia una megalopoli. Forse solo l’hinterland milanese somiglia ad una megalopoli europea, ma io non conosco bene Milano e non conosco nemmeno bene le megalopoli europee, e allora affidiamoci a qualche dato che è meglio.

A Gennevillers c’è più disoccupazione che a Parigi (13% a 9%) e il 70% degli abitanti va a lavorare in un altro comune mentre 30% resta in città; sopratutto, il tasso di scolarizzazione dopo la scuola dell’obbligo crolla ed è la metà rispetto al comune parigino;  il 30% degli abitanti, poi, non ha alcun diploma (12% a Parigi). Insomma, un borgatone della classe media e medio-bassa.

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Gennevillers

Ho girato un po’ le periferie romane, e dire che lì crescono terroristi e criminali è una boiata, che la povertà porta alla ribellione armata è falso. Ma un po’ di buonsenso suggerisce che lasciare sole le periferie non sia una buona idea, che in fasce sociali a bassa scolarizzazione le ideologie radicali prendono più piede, o meglio, che è meno probabile che ci siano gli anticorpi culturali per criticarle, migliorarle e farle evolvere. E invece, dopo l’attentato, il solito copione è già scattato, con più livelli di allerta, nuove misure per restringere le libertà europee, nessun ragionamento su scuola, cultura, istruzione e investimenti sulla vita delle persone. Penso che tutto ciò i vignettisti di Charlie Hebdo lo avrebbero preso per il culo, ferocemente, alla prima occasione.

 

2) Aleppo

“Gilgameš dove stai andando?
La vita che tu cerchi, tu non la troverai”

La Saga di Gilgameš, traduzione di Giovanni Pettinato

La Siria, credo, l’abbiamo lasciata perdere, e abbiamo fatto male; è vero, è un gran casino, e non si capisce più niente. Le forze civili della ribellione, la Free Syrian Army, e Al-Nusra, il distaccamento di Al Qaeda “ufficiale” in Siria, si intersecano; c’è ancora l’esercito regolare di Assad , accusato di non combattere abbastanza il Califfato, l’Isis, uno stato animato e costruito fanaticamente da terroristi che secondo il governo americano sono “i meglio finanziati e armati della storia”, visto che oltre alle donazioni dal Golfo contrabbandano il petrolio dei pozzi che controllano. A nord, i curdi a Kobane sperimentano nuove strade, ma tutti sono stanchi, nessuno vince e, come mi ha detto qualcuno, “Homs e Aleppo sono città di nessuno”; Aleppo la grigia, abitata da 5mila anni, che ora ha il minareto della moschea distrutto, la cittadella bombardata, il più antico mercato del mondo (il più antico, mercato, del mondo) dato alle fiamme.

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La Battaglia di Aleppo, da Wikipedia. Verde: ribelli. Rosso: forze governative. Giallo: Curdi. Nero: Isis. Verde scuro: Conteso.

Della guerra in Siria rimarranno 200mila morti, milioni di profughi, il patrimonio dell’Unesco stuprato e un sacco di terroristi. Perché c’è questo fatto che la Siria è straordinariamente vicina da raggiungere: arrivi in Turchia, ti fai un po’ di autobus scannato e i miliziani dell’Isis ti accolgono ai valichi. Così passi qualche settimana lì (o in Yemen, dove uno dei due Kouachi si è andato ad addestrare) e diventi un militante del piccolo Jihad,  poi ti metti a caricare dei bei videini sull’Internet in cui racconti di quanto stavi male in Canadà e di quanto sia bella la vita a costruire il Califfato. Magari qualcuno in Francia ti sente, guarda la sua vita senza senso, magari non ha una libreria o una biblioteca per difendersi, o un professore antipatico di lettere che però lo ha salvato, compra un biglietto per la Turchia e poi torna nell’undicesimo arrondissement e spara. La Siria è difficile, non si capisce nulla, e non c’è il petrolio che ci interessa. Poi, però, noi qui a piangere i morti.

 

3) Io non sono Charlie Hebdo

“Rino Gaetano, Pasolini, De Andrè, addirittura Che Guevara e oggi Hebdo…
il tristissimo destino dei fascisti e parafascisti che
non avendo prodotto uno straccio di intellettuale decente a cui riferirsi
devono aspettare di impadronirsi
post mortem delle parole di gente
che in vita li ha sempre considerati
meno che merde”

Lodovico “Lodo” Guenzi

Allora, io non sono Charlie Hebdo. E non è una presa di posizione politica, è un fatto: io sono un faciolo, loro sono Charlie Hebdo. Nel senso a Charlie Hebdo hanno tirato una molotov, e loro hanno detto fottesega e sono andati avanti a fare le vignette. Ora, a me una molotov non l’hanno mai tirata, e spero non lo facciano mai: ecco perché io non sono Charlie Hebdo. Poi se me la tirassero dovrei decidere, e allora forse sarei Charlie Hebdo, ma per ora non lo sono. Quindi non lo scrivo, perché io non lo sono, Charlie Hebdo.

Secondo me non lo sono nemmeno tanti di quelli che l’hanno scritto: perché quelli di Charlie Hebdo avevano la foto di Stalin dietro al muro, quelli di Charlie Hebdo spernacchiavano tutti e tutto e se oggi fossero vivi, credo, farebbero vignette su quanto #JeSuisCharlie abbia rotto le palle già da un po’. Poi è chiaro che si va in piazza e si urla “Non abbiamo paura”, ma ci si va perché siamo noi, non perché siamo Charlie.

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Ecco mettiamola così, se tutti quelli che hanno scritto che sono Charlie lo fossero davvero, minchia, io sarei contento. Ma non è così. E mi piacerebbe che molti di più dicessero che sono anche Ahmed, il poliziotto maghrebino che è morto per difendere quelli che sfanculavano il suo profeta.

 

4) La libertà

Liberty is not merely a privilege to be conferred; it is a habit to be acquired.

David LLoyd George

Falla breve Tommà, che ci siamo. Eh, fosse facile.

La libertà, cosa è? Perché quello dice, ‘sta roba che è successa a Parigi è un attentato alla libertà di espressione, fondamento della nostra civiltà e l’occidente blablabla. E quell’altro dice: a Charlie Hebdo se la sono cercata, dovevano essere più prudenti.

Dico, ma scherzate? Certo che se la sono cercata.

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Loro sono Charlie Hebdo, cercare rogne è il loro mestiere, la loro scelta, la loro trincea. Non l’hanno abbandonata. Se la sono cercata ogni giorno per dimostrarci che di libertà non ce n’è mai abbastanza, e che a volte la fai fuori dal vaso, e la fai fuori dal vaso apposta per dimostrare che c’è il vaso, così ti puoi chiedere se è troppo piccolo e vedere se non sia il caso di allargarlo, quel vaso. E sono morti di pernacchie e di scoregge per dimostrare che c’è chi per pernacchie e scoregge uccide, così ognuno si può regolare e chiedersi se quello che è successo è giusto o no. La libertà, dite? Io ho dato tre esami che ne parlavano e penso di non saperne nulla, se devo ripassare leggo e ogni tanto rileggo una cosa che mi piace, che molto probabilmente voi non conoscete, e magari spero piace pure a voi.

Una cosa un po’ bella, da scoprire, una pischella che una volta ha preso e ha scritto così, bum: “La libertà, è un atto di coraggio; ce vo’ fegato a resta’ liberi mentre se fa sto viaggio”.

Ecco e boh, per me, molto, è davvero qui. E di qui in poi, chiedo scusa, forse sembrerò retorico e non vorrei, ma ho solo domande.

Insomma, cioè, che cosa ci dicono sulla libertà gli spari nell’Undicesimo? E i liberi morti e morti liberi di Charlie Hebdo? I ragazzi senza storia di Gennevilliers, liberi solo di spararla, la loro vita? Cosa ci diciamo fra di noi mentre ribadiamo la nostra libertà e chiediamo che sia difesa, condividiamo #JeSuis e domani saremo ancora liberi di dire: va be’, mo, me so scocciato, torno a fare altro?

Quello che è successo ci cambierà? O rimarremo davanti al nostro specchio da autistici ad invocare più sicurezza e più paura?

Quanto coraggio sentiamo di avere, in questa epoca strana? Quanto di quel peso, siamo in grado di portare?

Credits per questo robo che ho scritto:
G. Fontana, M.Mazza, J.Evangelista,
R.Sassi, Rubberduck/L.R., L.Guenzi, A.Pace

Foto di Copertina: Flickr / Pierre Selim

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Andrea Nale ne dice: 26 anni, metalmeccanico dell'informazione online. Speaker, autore radiofonico, educatore, capo scout, se volete discutere con lui allenatevi prima altrimenti non ne uscirete vivi, o ne uscirete cambiati. Nonostante tutte queste attività si definisce pigro ma conoscendolo non è proprio pigrizia, è che le cose vanno fatte tutte e anche di più ma tutte e anche di più a misura d'uomo - quale è - e di studente di "fatica applicata al diritto", che poi sarebbe la sua definizione di Giurisprudenza. Scrive "Frontiera".