Il caso doping Sharapova è un evento davvero senza precedenti: mai un’atleta così famosa, così potente, così in vista ha ammesso le proprie colpe e dichiarato la propria colpevolezza. Ma sia chiaro, per la persona che sta scrivendo quest’articolo tutto ciò è solo uno schiaffo alla figura di un’atleta vincente e senza dubbio sacrificata per il bene dell’antidoping. Non ho alcun dubbio che la lotta contro il doping sia fondamentale per uno sport pulito e umano, ma sono altrettanto consapevole che la scienza e il progresso siano la chiave per tenere alto il livello di spettacolo e di interesse del pubblico, perché di questo si tratta, non si tratta di far vincere a qualcuno qualcosa, si tratta di permettere al pubblico di ammirarlo nella sua più profonda bellezza. Certo, lo sport deve essere equo e giusto per tutti ma è proprio lì che dobbiamo arrivare? Dobbiamo arrivare a scovare cavilli burocratici che in pochi giorni ti fanno passare da campione a imbroglione? E adesso tutti si scagliano sulla vittima sacrificale sull’altare dell’antidoping a chiedere che gli vengano revocati tutti i titoli, bandita dai campi da tennis, ciao sponsor, cancellata dagli albi, come se avesse la lebbra. Ma ci stiamo rendendo conto che questa sportiva fino a dicembre prendeva una medicina totalmente legale e poi a gennaio è cambiato il regolamento e quello che prima era un farmaco è diventato veleno sportivo? Mi sembra molto diverso da quando Alex Schwarzer ha volontariamente assunto di punto in bianco una sostanza dopante perché era depresso, aveva le sue turbe mentali, non era più fiducioso nelle sue capacità o sentiva la pressione: quello per me è doping!

Un’altra questione da tener presente è che questa sostanza, il Meldonium, in circolazione dal 2006 ma proibito solo ora (grande Wada, tu sì che sei forte a scovare il doping in tempi celeri) è sempre stata davvero molto presente in Russia e dintorni e molti medici la 1810658-38210458-1600-900prescrivevano per una serie di problemi legati al diabete, al cuore, alla circolazione; ora che è diventata illegale, via, si inneggia al doping di stato. Esiste una certa geografia dei farmaci, non è che se qui in Italia prendiamo il Moment per il mal di testa allora è così anche in tutto il resto del mondo. Se adesso il Moment diventasse sostanza dopante (e non so se già lo sia) allora tutta l’Italia sarebbe dopata, e così si passa per una nazione di persone scorrette, che imbrogliano e usano scorciatoie. Tant’è vero che atleti forse meno potenti ma altrettanto famosi sono stati “pizzicati” e subito sospesi, e tutti fanno parte delle culture sportive che orbitano attorno alla grande Russia: Ekaterina Brobova nel pattinaggio su ghiaccio, pluricampionessa europea di danza in primis, ma anche alcuni biathleti, campioni di pattinaggio di velocità, sportivi dell’atletica. E quindi ora che facciamo? Sospendiamo la Russia? Ma qui non stiamo parlando di un omicidio, a mio parere non si dovrebbe parlare di un crimine colposo o doloso, al massimo lo si squalifichi dal risultato delle gare fatte dall’1 gennaio 2016, ma l’intenzionalità di doping è sempre lo stato necessario o solo un’aggravante?

Qui mi pare che si stia dando un po’ troppo potere alla Wada, l’agenzia antidoping mondiale, qui mi pare che a forza di sanzioni irrazionali gli unici che ci perdano siano gli atleti tutti, perché ormai un atleta viene sanzionato se usa sostanze facilitanti, ok giusto, va bene, ma poi viene sanzionato se inconsapevolmente aiuta una persona vicina a doparsi (vedi caso Kostner), sanzionato se non comunica dove si trova, sanzionato se salta un test alle quattro del mattino, sanzionato se non dichiara in tempo cosa assume… E per sanzioni intendo non multe ma mesi, anche anni di stop forzato e si sa, il tempo ha un valore inestimabile nello sport…

Un paio di mesi fa sembrava che tutta la nazionale di atletica italiana fosse dopata (da titoli dei giornali), tutti lì, uno in fila all’altro a bucarsi con booster per essere più veloci, più forti, più performanti, poi si è scoperto che no, non c’entravano niente le sostanze illegali, semplicemente non si erano presentati per dei controlli antidoping. Allora sì, è vero, avevano sbagliato, ma qua mi pare si faccia di tutta l’erba un fascio. E non tocco neanche il caso Kostner perché ho l’orticaria solo a pensarci, che poi ironia della sorte per le assurde regole e codici ha finito di scontare la pena prima lui (Alex, il dopato) di lei (Carolina, la fidanzata che ha agito per amore). E senza scrupoli si va avanti, nel nome dell’etica e della giustizia sportiva, senza pensare al potere che può avere anche solo un sospetto doping su un atleta. Ritornando al caso Sharapova, una delle tenniste più ricche e famose di tutti i tempi, volata negli Stati Uniti da piccolissima per allenarsi, nel 2015 ha guadagnato 30milioni di cui solo 6 percepiti direttamente dai vari montepremi dei tornei, ma secondo voi, una persona così, ha necessità di rischiare la squalifica per doping a 6 mesi dalle Olimpiadi? Ma per cosa? La sua unica colpa è stata non aver assunto un team abbastanza competente da leggersi i comunicati Wada e capire che stava per cadere nella rete della disgrazia sportiva, di non aver controllato i 5 avvisi tra WTA, Wada e ITF che le avevano mandato, giusto, perché lei è umana, e lei sbaglia, come tutti. E allora dai datele una maximulta, un bacio in fronte e ditele di non farlo più, sicuramente la lezione l’avrà già imparata dato che a 12 ore dall’annuncio sponsor che per decenni avevano stipulato contratti e ne avevano fatto l’idolo del loro brand l’hanno allegramente silurata (Nike e Porsche in primis) trasformandola in una criminale, quando quello che emerge di Maria Sharapova è semplicemente quello che che il caro antidoping vuole preservare: la sua umanità. Va bene tolleranza zero, ma le circostanze nessuno le valuta?

 

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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"