“Ma, alla fine, qual è il tuo sport preferito?”

“Da praticare o da vedere?”

“Entrambi.”

“Da praticare praticamente tutti, da vedere certamente il biathlon.”

“…Ah ok.”

E lì si arena la conversazione. Silenzio cosmico con gli interlocutori che annuiscono contemporaneamente.

“Sai cos’è il biathlon?”

“Sì certo, sono due sport… sarà la corsa eeee boh la bici?”

“Eeehm… quello è il duathlon, che è il triathlon senza il nuoto. Qua si parla di biathlon, sempre due sport, tutt’altro ambiente.”

Il 27 novembre inizierà la Coppa del Mondo di Biathlon con la classica prima tappa a Östersund in Svezia. Inizia ora perché sì, il biathlon è uno sport invernale e si pratica sulla neve, sciando e sparando – ovviamente non contemporaneamente.

La storia del biathlon, in breve e leggermente romanzata, è questa: in principio c’era Ull, dio norreno adorato in Scandinavia dalle popolazioni vichinghe, figlio di Sif, la moglie di Thor – quindi immaginerete come le armi fossero un po’ una cosa di famiglia. Ull successe ad Odino e regnò dieci anni. Fu adorato come il dio della caccia e dello sci, è il protettore dei rigidi inverni scandinavi ed è quindi venerato da tutte le popolazioni vichingo-scandinave.

Dovete inoltre sapere che il corrispettivo degli Hunger Games norvegesi si svolgevano in quattro prove kamikaze:

  • sciare a massima velocità e sparare a dei bersagli (se si sparasse mentre si andava o ci si fermasse per farlo è ancora un tema dibattuto),
  • sciare in discesa tra gli alberi,
  • sciare in discesa con gli sci da colline senza cadere e
  • lunghe gare in piano sugli sci portando carabina e provviste.

Questi primitivi giochi militari invernali avrebbero poi portato alla nascita dello sci alpino, slalom e discesa libera, salto con gli sci, sci di fondo e, appunto, biathlon. Erano in sostanza i quattro sport capostipiti degli attuali sport invernali su neve. Con gli anni si sono modellati e calibrati i format e le regole per le diverse specialità arrivando all’assetto attuale della Coppa del Mondo.

Esistono quindi 4 diverse prove. Ora vi chiedo tre righe di concentrazione perché è l’unica cosa un po’ complicata. La prima si svolge in due gare: l’individuale, composta da 20 km (15km per le donne) di sci di fondo più quattro sessioni di tiro per un totale di venti bersagli da colpire (infatti i bersagli al poligono sono cinque). La particolarità di questa gara è che tutti partono distanziati di 30 secondi, quindi televisivamente non è il massimo, con atleti al primo poligono che si incrociano con quelli all’ultimo, atleti doppiati, atleti superati, è tutto un cambio telecamera e grafica, però, soprattutto se i telecronisti sono bravi, la gara risulta molto avvincente, dinamica e divertente.
Si chiama individuale proprio perché all’inizio le gare nel biathlon erano due: questa e la staffetta. Questa seconda tipologia di competizione è particolarmente sentita dalle nazioni molto forti, come Norvegia, Germania, Francia, Austria, Russia. Soprattutto in occasione degli annuali campionati mondiali la gara a squadre con quattro atleti diventa sicuramente la più importante e la più rappresentativa prova del benessere del movimento nazionale.
Le altre tre specialità si dice che vadano a braccetto, perché il risultato di una influisce su quell’altra. La prima è la sprint: pochi chilometri a massima velocità, solo due sessioni di tiro, una in piedi e l’altra distesi e sempre partenza a intervalli di 30 secondi. I distacchi di questa gara vengono poi portati alla gara il giorno seguente, cioè l’inseguimento, in cui ovviamente il vincitore della sprint parte per primo, poi parte il secondo arrivato dopo aver aspettato il distacco che aveva accumulato il giorno prima.. e così via per i primi cinquanta classificati che vanno a inseguire il leader. L’ultima fatica è rappresentata dalla cosiddetta mass start cioè la stessa distanza dell’individuale però partendo tutti insieme e questa invece è riservata ai primi 30 arrivati nel format precedente (inseguimento) e che, come un vero gruppo impazzito di gnu con carabine in spalle e bastoncini assassini, si danno battaglia tutti insieme. Man mano che passano i chilometri il gruppo si sfalda, c’è chi va velocissimo sugli sci, chi allo sparo, c’è chi allo sparo sbaglia e va incontro a penalità e chi invece fa tutto giusto e se ne va.

La FISI (Federazione Italiana Sport Invernali) ha pubblicato tempo fa un video molto utile per capire alcune nozioni di base su questo sport, sull’onda dei successi di quel gran bel pezzo di donna che è Dorothea Wierer, classe ’90, che quest’anno ha vinto la coppa di specialità nell’individuale dopo decenni di carestia a livello italiano.

Vi linko il video sottolineando che malgrado la sua cadenza e accento, lei è molto italiana, per quanto io rimanga piuttosto convinto che quando sbaglia al poligono non dica proprio “porca merda”:

La cosa che più mi affascina nel mettermi davanti allo schermo e guardare questi che si spingono su e giù per colline e si mettono a sparare con fucili ad aria compressa è soprattutto la continua incertezza sul risultato, le milioni di variabili che possono sconvolgere la classifica da un momento all’altro. Non è solo questione di essere in giornata di grazia: in un mondo come quello sportivo dove c’è un appiattimento dei valori tendenti alla perfezione e spesso i risultati sono legati alla fortuna o minuscoli dettagli poco capibili dal pubblico, l’avere in gara atleti con caratteristiche anche molto diverse come quelli più forti nel tiro e meno nello sci o viceversa può aggiungere pathos e rendere la gara molto più avvincente.

I piccoli accorgimenti per interpretare bene la gara poi ci sono sempre: il commentatore di Eurosport, Massimiliano Ambesi, ad esempio ricorda sempre di prestare particolare attenzione al terzo bersaglio sparato, in quanto il primo dopo che l’atleta ha ripreso fiato. Poiché per una migliore percentuale è necessario rimanere fermi al tiro, si trattiene il respiro prima di rilasciare il colpo, e per velocizzare la cosa si trattiene per i primi due colpi, ma al terzo ovviamente bisogna riprendere fiato. Quello è il momento della verità, in cui spesso un atleta, soprattutto quando arriva al poligono già in carenza d’ossigeno, sbaglia clamorosamente. Da lì ovviamente può cambiare tutto, l’atleta è costretto a caricare manualmente il sesto proiettile e magari se era in testa in solitaria si vedere riavvicinare dagli avversari, magari dalla pressione di vederli a fianco a lui a sparare si mette ad affrettare i meccanismi e sbaglia ancora, dovendo nuovamente caricare manualmente un’ulteriore cartuccia e magari lasciando che gli altri lo sorpassino.

Insomma l’avete capito, il biathlon è uno sport difficile, molto fisico ma anche molto mentale, dove tutto avviene velocemente e nulla è mai scontato.

E magari questo inverno, per dell’adrenalina che male non fa mai, un occhio buttatelo dai.


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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"