Neanche il tempo di digerire il panettone natalizio che i tennisti subito rientrano in campo, con tanto di flute per lo champagne in mano per prepararsi al primo torneo dello Slam dell’anno tennistico. Ovviamente il tennis segue il caldo e così il mondo della pallina gialla riparte nella terra degli aussie. Terra misteriosa, sconosciuta, perché insomma, c’è da dire, nessuno la caga l’Australia se non a gennaio, poi sparisce, scompare dalla vita dei tennisti, degli appassionati, degli scommettitori, insomma ritorna a fare la classica meta per iniziare una “nuova vita”.
Il che si riflette anche nel circuito tennistico, una nuova stagione, nuova racchetta, nuova attrezzatura, nuovo team di lavoro… Le due settimane prima del torneo, sono preparatorie: Sidney, Brisbane, Auckland, Hobart, ci si gira intorno, la si sente, la si aspetta, la si annusa, e poi arriva Melbourne e il suo immenso complesso, il favoloso Melbourne Park.

Se il tennis è uno stile di vita, gli Australian Open sono le ferie meritate, quando tutto è un guadagno, quando è il momento di provare sensazioni nuove. A volte mentre lo guardo mi sembra di vedere più delle prove generali che lo spettacolo vero e proprio… “Eh no perché sai ho appena cambiato racchetta”, “sai ho avuto un infortunio in inverno e ho iniziato tardi la preparazione..” a tratti gli Aus Open sembrano il prologo del vero spettacolo, che deve ancora iniziare. Tipo la cerimonia d’apertura dei giochi olimpici, bellissima eh, però non è il vero evento.
Questa situazione apre le porte a colpi di scena, uscite premature di tennisti importanti, nomi ingombranti, gente che ha vinto, creando quella suspance, alle sette di mattina, quando accendo il computer e guardo i risultati, che per un attimo ti dà il brivido che ti sveglia.

Agli Australian Open tutto è possibile.

Per poterti meglio preparare a due settimane intense meglio però tenere in considerazione alcune caratteristiche del torneo dei canguri, che forse aiutano ad entrare più in sintonia con il vero spirito della competizione.

1- HEAT POLICY

Una delle assolute peculiarità del torneo è la sua famosa Heat Policy, una regola che tutela la salute dei tennisti in elevate situazioni di caldo. Si sa, in Australia fa caldo e si sa, a gennaio è piena estate, però a Melbourne fa VERAMENTE caldo (roba tipo che si sfioravano i 50 gradi). E così capitava che i giocatori fossero costretti a colpire palline sotto il sole, a più di quaranta gradi.

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Il vestito anti-caldo di Maria Sharapova agli Australian open.

Negli anni si è affinata una politica di protezione degli atleti ma anche del pubblico stesso e si è creato un impianto di regole che appunto ha come nome la Heat Policy: prevede principalmente che quando il termometro supera i 40 gradi le partite vengano interrotte. Quelle che si stanno svolgendo vengono prolungate solo fino alla fine del set, poi avviene lo stop preventivo e protettivo. Gli stadi centrali se necessario vengono chiusi dai tetti mobili per almeno favorire un abbassamento delle temperature abbastanza rapido. Per le partite femminili e junior è previsto ad una temperatura più bassa (quindi in cui è ancora possibile giocare), una pausa di 10 minuti tra il secondo e il terzo set in cui l’atleta può anche rientrare negli spogliatoi per rinfrescarsi un po’.
Non è raro comunque ammirare nelle inquadrature nei cambi campo Serena o Rafael con un insaccato di asciugamani e ghiaccio messo ovunque la mente umana possa concepirne la presenza, perché in effetti, il caldo australiano ti taglia le gambe. Quindi ricapitolando, se volete perdere peso dopo cenoni e pranzi natalizi, con torte superfarcite di parenti che non vedete mai, andate a giocare le qualificazioni a Melbourne, basta stare in piedi in uno di quei campi con una racchetta in mano e sicuro cinque chili li perdi.

2- SUPERFICIE

Australian Open è sinonimo di crisi esistenziale. L’ultimo major nato ha sempre sofferto delle ingombranti presenze degli altri tre cugini. Wimbledon è tradizione, New York è modernità, Parigi è passione, ma cos’è Melbourne? Spostato nel calendario, prima in erba, poi in cemento, dopo queste crisi di identità sembra che finalmente abbia trovato una sua dimensione. Con questa superficie più tendente al tappeto che al cemento che rende i rimbalzi più bassi e prevedibili, produce un gioco veloce, poco lavorabile a dir la verità, molto spettacolare ma che però non produce una tipologia di tennisti. Insomma c’è il tennista terraiolo, l’erbivoro, la bestia da cemento, ma non ci sono gli specialisti di Melbourne, quindi rende tutto molto più imprevedibile anche nei risultati, non c’è la categoria che fa la voce grossa o cosa, son tutti lì, con le loro diverse concezioni del gioco del tennis a spararsi palline ai 200 all’ora. Dal 2008 poi la superficie è cambiata e per rendere l’idea è stato apportato pure un cambiamento ai colori del torneo indirizzandolo più su temi azzurrini e celesti, che quindi si aggiungono ai rossi e verdi del Roland Garros, al verde e viola di Wimbledon e al blu e verde di New York.

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Il favoloso campo centrale del Melbourne Park.

Non so, sarà che mi piace proprio l’ambiente, ma gli stadi del tennis australiani non li batte nessuno, con quelle tonalità d’azzurro che molto ricordano gli arcipelaghi oceanici, lo sfondo blu che ricorda il profondo mare ti fa dimenticare per un secondo che tu sei sotto le coperte, con tre ore di luce al giorno mentre là il sole non tramonta mai, e si augurano buon natale in infradito.

3- IL PRIMO E L’ULTIMO

Il torneo open un po’ “underdog” è anche terreno da caccia per chi vuole vincere il suo primo trofeo major, proprio per la filosofia “in Australia everthing is possible”. Molti campioni hanno inaugurato la loro bacheca con il trofeo aussie, partendo da Djokovic, o Azarenka, Wawrinka l’anno scorso, insomma il vincitore non è così scontato, almeno non quanto Nadal che vince a Parigi da quasi una decade, o Roger a Londra che di sigilli ne ha conquistati ben sette.

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La tennista Na Li vincitrice degli Australian Open 2014.

Caso particolare la cinese Na Li, mio idolo che purtroppo l’anno scorso s’è ritirata, avendo vinto proprio gli Australian Open come ultimo slam, lei che sempre si è trovata bene a Melbourne a suo dire perché era il torneo slam più vicino al suo paese, o forse perché era fresca di preparazione natalizia e sfoderava il suo miglior tennis, fatto sta che negli ultimi cinque anni ha prodotto un’escalation di risultati: semifinale nel 2010, poi finale, battuta d’arresto al quarto turno nel 2012 contro Kim Clijsters mina vagante del tabellone, finale 2013 e finalmente vittoria nel 2014. In un’intervista dopo aver vinto un match nel 2012 un giornalista le chiese dopo una semifinale due anni prima, una finale l’anno precedente, se quell’anno avesse vinto cosa avrebbe fatto dopo, aspettandosi come risposta un altro obiettivo importante per un tennista e la cinese con naturalezza rispose che magari si sarebbe ritirata. Quell’anno sappiamo andò male fermandosi solo agli ottavi ma comunque in cuor suo Na Li sapeva che per coronare la sua carriera doveva vincere il trofeo di Melbourne. Nel 2014 stravinse, poi continuò per un po’ ma diciamocelo, ormai si sentiva appagata e all’alba dei 32 anni decise di abbandonare il mondo tennistico, avverando un po’ quella domanda premonitrice di due anni prima.

4- IL PUBBLICO

Definiti recentemente dal tennista Alexander Kudryavtsev con la vivida sentenza “quelli sono degli animali”, i tifosi australiani hanno ovviamente una loro peculiarità: se quella inglese è composta, quella francese elegante, quella americana coinvolgente, quella australiana è sicuramente “casinara” e molto patriottica. Quando si tratta di atleti di casa ogni punto è una festa e un po’ si verifica quello che per lo sport è normale, ma che nel tennis non capita spesso: un’intensa e accanita tifoseria che demolisce psicologicamente l’avversario come in nessun altro stadio, poi vanno di costumi, messaggi scritti su torsi nudi, parrucche incredibili e cartelli improbabili. Il pubblico australiano è anche il più spartano dei quattro slam e parla ai tennisti, che a volte rispondono pure: famoso l’episodio di Steffi Graf che alla domanda dagli spalti di sposarla lei rispose “quanti soldi hai?” o di Nadal, la concentrazione incarnata, che alle richieste di matrimonio di fan deliranti in un momento di silenzio si è lasciato sfuggire un sorrisetto, con grande sorpresa del pubblico ma anche dei commentatori televisivi.

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I famosi tifosi del tennis australiano.

Gli Australian Open dunque sono una finestra di tennis in un mondo etereo, quasi senza tempo. Quando il tennis è in Australia significa che la stagione ha inizio, che non bisogna più aspettare. Quando il tennis è in Australia le teste di serie cadono che manco Robespierre, i giovani si mettono in luce, gli ingaggi degli sponsor volano.

Quindi che aspettate? Prendetevi un po’ di sane e calde ferie, sedetevi sul divano e godetevi la festa d’apertura.

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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"