Qualche tempo fa Andrea, il capo, mi ha inviato un link ad un articolo apparso sul Guardian, il cui titolo recitava: Humanity’s terrifying impact on Earth justifies new Anthropocene epoch e mi chiedeva se fosse il caso di cambiare il nome della mia rubrica. Qui provo a spiegare perché non lo farò, ovvero, perché ritengo che stabilire l’Antropocene sia una scelta estremamente infelice.

 

Cominciamo dall’inizio. Genesi (1-28): Dio disse loro [Adamo ed Eva]: “Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”. Era il sesto giorno e Dio compì l’ultimo dei suoi sforzi. Era la fine. O era l’inizio.

Da quando l’uomo imparò l’arte di scrivere, si è sempre riservato un posto speciale in ogni testo da tramandare alle future generazioni. Per la sua creazione Dio spende addirittura un’intera giornata, così come fece per la luce, l’acqua e la terra. Le altre dieci milioni di specie, invece, vennero fatte in fretta e furia, in soli due giorni. Sembra non riusciamo proprio ad abbandonare l’idea che rappresentiamo qualcosa di sostanzialmente diverso dal resto della vita su questo pianeta. Il nostro nome specifico non ci bastava. L’essere umano che decise di autoproclamarsi Homo sapiens, ignorando completamente quel Socrate che diceva di sapere di non sapere, ora vuole anche la sua era geologica personale: l’Antropocene.

Sempre più diffusa sul web, la parola “Antropocene” è stata recentemente aggiunta dai dizionari Garzanti e Treccani nell’area “lessico del XXI secolo”.

Il primo definisce l’Antropocene come “l’era geologica attuale, in cui l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche ambientali e climatiche”. Il secondo si preoccupa almeno di precisare che non si tratta di un periodo ufficiale, non essendo stato incluso nella scala del tempo geologico dall’ICS (International Commission on Stratigraphy). La parola “Antropocene” venne coniata negli anni ’80 e divulgata dal premio Nobel per la chimica Paul Crutzen, esperto in studi atmosferici che recentemente ha ammesso di non sentirsi più nell’Olocene, ma in una nuova era.

(Un breve inciso: lo stesso concetto, quello dell’uomo come forza geologica universale, venne introdotto intorno al 1870 da uno dei padri fondatori della geologia italiana: Antonio Stoppani. Lo chiamò “Antropozoico”, ma venne ritenuto dai colleghi “non scientifico” e dunque dimenticato).

Dietro la proposizione del termine “Antropocene” vi sono due questioni. La prima, condivisibile, consiste nell’enfatizzare l’enorme portata dell’attività umana sul Pianeta Terra, così grande che un qualsiasi geologo extraterrestre noterebbe in futuro tracce inequivocabili del nostro passaggio. La seconda a mio avviso sbagliata, sta nel voler elevare un determinato momento storico al rango di era geologica.

Per definire un’era geologica occorrono vari fattori che riassumendo si possono ridurre a: un intervallo temporale (da…-a…) e una caratterizzazione fisica dei relativi strati (che rocce sono, dove si trovano, che cosa le caratterizzano). E questi sono ancora temi aperti, senza risposte. Un gruppo composto da 36 scienziati sta infatti preparando una proposta da presentare all’ICS nella quale verranno specificati tutti questi dettagli. Al momento non è ancora chiaro se l’Antropocene debba iniziare 10.000 anni fa (e sostituirsi di fatto all’Olocene) oppure iniziare successivamente: 8.000 anni fa, con lo sviluppo dell’agricoltura, o addirittura nel XVIII secolo con la rivoluzione industriale o in seguito al 1945, dopo lo scoppio delle due bombe nucleari made in USA. In quest’ultimo caso, che sembra altamente probabile leggendo la letteratura scientifica a riguardo, i marcatori geologici sarebbero inequivocabili: presenza di radioattività negli strati, plastica e cemento. Qualcosa di cui non andar troppo fieri.

Ma dove andrebbe a collocarsi l’Antropocene? A livello geologico non ha molto senso. Per rendersene conto consiglio questo video, in cui Mario Tozzi e Patrizio Roversi spiegano il tempo dell’uomo, in soli due minuti.

Sulla vastità del tempo geologico, quei 4.5 miliardi di anni che separano l’oggi dalla nascita della terra, dove si collocano settanta miseri anni? Se la presenza dell’uomo sulla terra corrisponde ad un battito di ciglia in termini geologici non oso immaginare cosa sarebbe la recente epoca tecnologica che stiamo vivendo. C’è di più: di questo passo non penso che lo status quo possa mantenersi a lungo e non credo che questo Antropocene così come lo conosciamo possa sperare di durare molto a lungo.

Sì, perché l’influenza che l’uomo esercita sull’equilibrio del pianeta è innegabilmente alta ed è proprio questo che nobili istituzioni come lo Smithsonian tentano di veicolare, anche loro, però, incappando in un titolo altisonante: Welcome to the Anthropocene.

Ciò che si sente dire sull’Antropocene è che una volta dichiarato come “L’era dell’uomo” l’ultimo recente periodo, l’umanità tutta prenderà coscienza di questi problemi che non si possono più rimandare al futuro. (È chiarissimo agli occhi di tutti che ogni accordo internazionale sulla salvaguardia dell’ambiente è pura carta straccia, periodicamente gli obiettivi si stabiliscono e si rimandano al futuro con la stessa facilità). Ciò che invece si prefigura è mio avviso l’esatto opposto: vi sarà il rischio che la gente pensi “Ma si! Chissenefrega!” o “Scarichiamoli pure questi gas”, perché tanto “È la nostra epoca! It’s the Anthropocene, baby”.

Mi sento piuttosto di classificare questo moderno fervore sotto la voce “antropocentrismo”, in linea con il più grande paleontologo recente, Stephen Jay Gould, che definiva la visione del mondo dei sapiens di una “arroganza cosmica”.

Mi viene in mente Napoleone che si autoincorona imperatore dei francesi, o il più recente leader dell’isis Abu Bakr al-Baghdadi, che dopo un PhD in studi islamici si autoproclama califfo di tutti i musulmani.

L’antropocentrismo ha marcato la storia dell’uomo sin da quando l’uomo ha coscienza di sé, ma paradossalmente, come spiegò Freud, le più grandi conquiste scientifiche, da Copernico a Darwin si sono sempre verificate quando l’uomo ha smesso, per un po’, di ritenersi il centro dell’universo o il prodotto ultimo della creazione divina. Questa nuova proposta non è altro che un’inversione di marcia, un passo indietro verso concezioni antiche ma non abbandonate, fatte rivivere a partire da un sommesso, profondo orgoglio.

Un’ultima riflessione. L’uomo sconvolge e trasforma il proprio ambiente, ma è davvero il genere umano o solo una parte di esso? Vi sono intere etnie e tribù che in questo processo non hanno né parte né colpa. Prendiamo i nobili pellerossa, o le tribù Masai dell’Africa. Sono responsabili? Direi proprio di no. Penso infatti ai nobili Sioux che non hanno mai nemmeno gettato una carta per terra. C’è infatti un altro errore nel definire quest’epoca “Antropocene”. Non tutti gli esseri umani sono responsabili, ma solo una (seppur ampia) parte. Lo è l’uomo occidentale, lo stesso che per secoli si è rifiutato di riconoscere, ad esempio, l’umanità delle etnie sudamericane o dei neri africani per avere libero controllo sulla loro vita e sulla loro morte. Non erano umani quando faceva comodo, ora invece siamo un’unica grande famiglia e quindi tutti dentro nella stessa mischia. La realtà è che non siamo tutti coinvolti: colpevole del cambiamento ambientale è la società capitalista degli ultimi trecento anni circa (guarda caso lo stesso intervallo temporale dell’ Antropocene), e forse questo periodo andrebbe invece chiamato “Capitalocene”, o qualcosa del genere. Questo sì, un nome così brutto, che crea fastidio oltre che suonar male, potrebbe risvegliare qualche coscienza e generare una seppur timida inversione di rotta.

Il mondo, il momento storico, non sono nostri, e noi non ne siamo nemmeno i legittimi eredi. Di sicuro lo stiamo vivendo ed il nostro obbligo è quello di consegnarlo con il minor numero di cambiamenti alle nuove generazioni. Almeno fino a quando le gradevoli condizioni climatiche dell’Olocene ci permetteranno di rimanere.

Perché come i dinosauri insegnano, dal trono si può cadere in fretta o, come scherza il vignettista Katz, Dio cambia idea senza troppo preavviso.

 

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Fonti:

http://www.theguardian.com/science/2014/oct/16/-sp-scientists-gather-talks-rename-human-age-anthropocene-holocene

http://www.theguardian.com/science/2011/jun/03/geologists-human-epoch-anthropocene

http://www.humanities.northwestern.edu/documents/Thomas%20Julia%20Adeney_Biologists%20Historians%20and%20Climate%20Change_Conference%20Paper_2014_AUGUST.pdf

http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/oct/20/anthropocene-working-group-science-gender-bias

http://www.nationalgeographic.it/dal-giornale/2011/03/14/foto/antropocene_l_era_dell_uomo-205003/1/

http://www.economist.com/node/18741749

https://fopnews.wordpress.com/2010/05/18/its-official-humans-are-major-geological-event/

http://www.internazionale.it/opinione/the-new-yorker/2014/12/05/la-vignetta-di-katz

 

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Anna Ambrosi ne dice: Alberto Boscaini come albero in un bosco. Innamorato della Pacha Mama al punto da dedicarle la vita e gli studi. Investigatore di pietre, mai soddisfatto dalle superficiali apparenze. Armato di martello e pazienza, rompe tutto per ricostruire il passato di tutti. Riempitosi gli occhi di forme più o meno attuali, rielabora ogni bellezza in parole raffinate e immagini adeguate. Per dissimulare la sua professionale serietà festeggia e si gode appassionatamente il cielo invernale di BCN. Scrive "Olocene".