A poco meno di due anni dalle sedici vittime causate dall’alluvione del Novembre 2013, Olbia si ritrova a lavare il fango e cancellare i segni lasciati da una nuova esondazione del Rio Saligheddu. Solitamente innocuo, come tanti nel bacino del Mar Mediterraneo, questo corso d’acqua scorre costretto tra due sponde di cemento, circondato dalle abitazioni che distano meno di 5 metri dall’argine e attraversato da diverse strutture che poggiano nel greto.

Nel 2013 caddero oltre 400 mm di pioggia in 12 ore, questa volta poco più di 150. Come ha potuto un evento di portata nettamente inferiore mettere ancora una volta in ginocchio un’intera città? Il primo indiziato è il ponte sul Saligheddu di Via Vittorio Veneto, ricostruito dopo la precedente esondazione. Un ponte a tre campate decisamente ingombrante per un rio di questo tipo. Quando piogge così intense si concentrano su corsi d’acqua come il Saligheddu si possono avere tempi di risposta rapidi, ovvero un intervallo di tempo limitato tra l’inizio delle precipitazioni e il colmo di piena. In queste condizioni una grossa mole di detriti viene solitamente scaricata a valle e si accumula in presenza di ostacoli, sbarrando il deflusso e provocando l’esondazione. Dopo questa nuova alluvione, il ponte, costato 80.000 euro, è già in fase di demolizione.

Una cosa è chiara: non abbiamo imparato la lezione. Un evento estremo per intensità come quello del 2013 ci aveva ricordato che, per quanto mansueto, un corso d’acqua inglobato nei centri abitati rappresenta una minaccia. La nostra risposta è stata gravemente insufficiente. Invece di agire per limitare la nostra vulnerabilità, abbiamo costruito un’infrastruttura che l’ha aumentata. Non sono serviti 400 mm di pioggia, questa volta ne sono bastati 150. Se pensare di poter sanare tutte le criticità idrogeologiche nel nostro paese è quanto meno naïf, peggiorare una situazione già grave è da guinness dei primati degli stolti.

Sotto l’aspetto meteorologico, questo evento ha invece offerto diversi spunti di interesse, su tutti, il ciclone da cui sono scaturite le abbondanti piogge. Tra le decine di sistemi di bassa pressione che attraversano il bacino del Mediterraneo ogni anno ve ne sono alcuni che, per caratteristiche visive e meccanismi attraverso cui si alimentano, vengono accomunati ai più famosi uragani e definiti in gergo “medicanes” (mediterranean hurricanes) o “tropical-like cyclones”.

Immagine satellitare del medicane "Qendresa” alle 12 del 1° Novembre 2014. (NASA/GSFC/Earth Science Data and Information System - Rapid Response - http://1.usa.gov/1wC9UZx. Licensed under Public Domain via Commons).
Immagine satellitare del medicane “Qendresa” alle 12 del 1° Novembre 2014. (NASA/GSFC/Earth Science Data and Information System – Rapid Response – http://1.usa.gov/1wC9UZx. Licensed under Public Domain via Commons).

Semplificando notevolmente: a differenza dei più comuni cicloni delle medie latitudini, essi non traggono la loro energia cinetica convertendo l’energia potenziale dovuta a forti variazioni (gradienti orizzontali) di temperatura. Si pensa invece che il calore latente rilasciato in atmosfera dalla condensazione del vapore acqueo e un meccanismo di feedback tra i flussi di calore dalla superficie marina e l’intensità dei venti siano tra i processi più rilevanti nello sviluppo dei medicanes. Si tratta di fenomeni rari: stando ad uno studio di Leone Cavicchia del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, se ne registrano in media 1.6 ogni anno. La bassa pressione responsabile per l’alluvione sarda ha mostrato alcuni dei caratteri tipici dei medicanes, sebbene per una classificazione definitiva siano necessarie ulteriori analisi. Non è la prima volta che un medicane impatta sulle coste sarde: anche nell’ottobre 1996 un simile ciclone ha toccato la parte meridionale della regione prima di spostarsi verso le isole Eolie e impattare sulla costa calabra.

I medicanes sono solo uno dei tanti fenomeni meteorologici che possono avere un grande impatto sulla nostra società. In attesa di sapere se e come la loro frequenza cambierà in futuro abbiamo solo una scelta: intervenire per limitare la nostra vulnerabilità. Questo comporta non solo opere consistenti ma anche interventi mirati, come nel caso di Olbia e rappresenta l’unico investimento in grado di ridurre i costi degli interventi futuri e limitare i danni economici e umani che una società avanzata come (pretende di essere) la nostra non può tollerare ulteriormente.

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Cecilia Pigozzi ne dice: "Edoardo guarda il cielo per non guardare la terra, anche se a volte l'occhio gli scappa, e di solito è per una partita della Juve. Ha traslocato passione e cinismo da Crevacuore (Biella) fino a Berlino, passando per Edimburgo, ma finora è tutto intatto". Scrive The meaty-orologist.