Un anno fa, più o meno in questo periodo, si svolgeva come tutti gli anni il Ramadan.

Io lavoravo nella cucina di un albergo. In quello stesso albergo ci avevo fatto arrivare Hind, marocchina, diciottenne, con due occhi bellissimi. Belli davvero. Musulmana, ovviamente. Lavorava come cameriera, in cambio di uno stipendio basso e di vitto e alloggio. Un caro amico me l’aveva affidata, io l’avevo presa sotto la mia ala.

Lavorare come cameriera in alta stagione è pesante. A stomaco vuoto, è sfibrante.

Hind passeggiava, leggera, con cinque piatti in mano e non si lamentava. Le colleghe reclamavano, dicevano che non poteva lavorare e seguire il suo digiuno, ma lo dicevano perché non sapevano che l’uomo e il cibo, si capiscono. Lo dicevano perché erano, e sono, donne di poca fede. Non come Hind. Lei teneva una scatola di chebakia, biscotti tipici del periodo del Ramadan, nella sua stanza, deliziosi gomitoli di pasta, fritti e immersi nel miele speziato e ricoperti di semi di sesamo. Un’esplosione calorica che le garantiva l’energia necessaria a rimanere in piedi il giorno dopo. O quasi.
Io la guardavo, durante il servizio della cena, arrivare sfinita al lavaggio piatti, con una pila di stoviglie sporche appoggiate al braccio. Le lasciava cadere pesantemente sul banco di acciaio e guardandomi con aria di scusa, mi diceva: “sono un po’ stanca”.La notte, io, come unico gesto d’amore e di ammirazione per il suo coraggio, la portavo di nascosto a bere un caffelatte coi biscotti. Lei mi raccontava poche cose, della sua famiglia, del Ramadan, della sua fame. Avrebbe dovuto e forse preferito, spezzare il digiuno con un dattero, come dice la sua legge. Ma non avevamo datteri.

L’essere umano vive questo rapporto col cibo, molto elevato, di scelta, di rinuncia, di sofferenza, di gioia.

La mia amica Hind
Hind

Alimentazione consapevole, è anche, perché no, alimentazione di fede. È scegliere come e quando, perché e quanto mangiare.
Ingurgitare senza la conoscenza, la scelta, il sacrificio, il desiderio, è una punizione nascosta che ci facciamo, senza rendercene conto. E io lo so. Tutti lo sappiamo. Anche Hind.
Una notte, davanti al nostro benedetto caffelatte lei mi invita nel suo Ramadan. Io accetto, ma ovviamente non ci riesco. Perché non solo non potevo mangiare, ma nemmeno bere, né fumare. Dall’alba, al tramonto. E io a mezzogiorno ho detto: “ciao Ramadan, sono una donna di poca fede” e mi sono bevuta un bicchiere d’acqua alla salute di Hind. E mi sono fumata una sigaretta alla salute di nessuno, perché il fumo uccide. E ho capito che è normale avere fame e soffrirne anche se il digiuno è una scelta. Ho capito che siamo indissolubilmente legati al cibo, in maniera complessa e delicata e meravigliosa. Legati a un cibo che non è solo nutrimento ma collante fondamentale di ogni tassello della nostra esistenza. E stava scritto negli occhi di Hind: affamati, disciplinati, vivissimi.

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Giacomo Mozzo ne dice: Caterina è sempre in grado di sorprenderti. Talvolta si annuncia per una birretta serale, ma non la vedi proprio arrivare. Altre volte promette una cena nella sua splendida casa, ma sul più bello salta tutto. Sarà che lavora troppo, sarà che è sempre in giro. Sarà che ha semplicemente troppi interessi da seguire, troppe amicizie internazionali da assecondare...Quando però avete la fortuna di passare del tempo con lei, rimarrete sorpresi pure dalla sua straordinaria carica di entusiasmo ed affetto, nonché estasiati da tutto ciò che, con amore e dedizione, è in grado di cucinare. Vi invito caldamente a seguirne i consigli culinari. Non ve ne pentirete. Mi ha insegnato che in cucina si può girare il mondo e navigare l'animo umano. Scrive It's a piece of cake.