Ho avuto la fortuna di rivedere su Sky Cinema (non mi pagano per scrivere questo, non ancora almeno) l’ultimo meraviglioso film di Claudio Cupellini, distribuito nelle sale nel lontano novembre del 2015. E mi è rimasto così impresso in testa che anche avessi voluto scrivere di un altro film, magari più recente, sono sicuro che non ci sarei riuscito.

Partiamo per gradi.
Alaska è un noir in pieno stile melodrammatico, diretto con un passo francese più che italiano. Un intreccio narrativo denso di avvenimenti che circolano attorno alla relazione travagliata tra Fausto, un italiano stupidotto che lavora come cameriere in un hotel di lusso, e Nadine, una modella francese che partecipa controvoglia ai provini. Nascerà un lungo tira e molla che porterà lo spettatore da un estremo all’altro, dalle sigarette fumate in piena libertà tra i tetti di Parigi al carcere, dallo sfarzo e l‘abbondanza alla miseria più cruda. Alaska è figlio di un certo modo di fare cinema che tende a romanzare la realtà tenendo lo spettatore incollato allo schermo (spesso e volentieri Cupellini inserisce spunti da thriller), offrendogli momenti di stravolgimento più totale ma anche sequenze distese utili per riprendere fiato.

Vi sono, insomma, tutti i presupposti per pensare ad Alaska come al solito filmetto esagerato ed inverosimile.
E se non fosse per una regia ed un montaggio eccellenti in grado di rendere così semplice e lineare il racconto, non si avrebbe torto.

È questa la straordinaria grandezza di Cupellini, il costante utilizzo di un linguaggio cinematografico pulito e comprensibile capace di semplificare anche uno script così parabolico.
La regia pare inesistente durante tutta la pellicola: ogni movimento di macchina o inquadratura è infatti realizzato con sobrietà ed estremo rigore.
Il racconto è perfettamente lineare e senza inutili flash-back di sorta. E i (frequentissimi) salti temporali, saggiamente distribuiti, sono funzionali ad eliminare tutto ciò che è superfluo per concentrarsi solo ed esclusivamente sui momenti chiave della drammatica storia d’amore dei due protagonisti.
Stupenda e tagliente si rivela la fotografia di Gergely Pohárnok, così come la colonna sonora (non solo quella musicale) che spesso e volentieri si diverte a scuotere lo spettatore come a non voler lasciarsi sfuggire neanche un centesimo della sua attenzione.

Poi ci sono gli attori, che in Alaska recitano in maniera pazzesca.
TUTTI.
Elio Germano, in primis, conferma di essere un attore incredibilmente poliedrico: da uomo piccolo diventa incredibilmente grande, da un sfigato anti-sesso riesce a diventare un personaggio estremamente erotico.
Al suo fianco il volto bellissimo e genuino di Astrid Berges-Frisbey, capace anch’esso di suscitare a tratti una tenerezza infinita e in altri momenti totale disappunto da parte dello spettatore. Così come la struggente interpretazione di Valerio Binasco, a cui sarà concesso un monologo bellissimo.

I rispettivi personaggi saranno i protagonisti di un viaggio vogleriano alla ricerca della felicità di coppia, messa in discussione dal denaro, dall’avidità e dalla voglia di riscatto professionale.

E risparmiamoci l’analisi sugli scontati significati metaforici dell’Alaska, il locale notturno al centro della vicenda d’amore. Basta dire che queste piccole vite diventano quindi il pretesto per dettare un’epica sull’amore, sul lasciarsi, sul ritrovarsi, sull’affrontare i problemi insieme.
E che Cupellini sta diventando sempre più un registra impressionante.

Ps: andate a vedere il secondo capitolo di Guardiani della Galassia.
E se non avete visto neanche il primo recuperateli entrambi!

 

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Andrea Nale ne dice: 24 anni, laureato in Economia e Commercio e ora frequenta la magistrale in Finanza quantitativa. Tutte cose piuttosto pallose e che non hanno alcun nesso col cinema. Le sue uniche abilità quindi sono quella di saper vendere bene le quattro acche che ha imparato da autodidatta e, complice il fatto che va al cinema una o due volte a settimana, quella di essere abbastanza presuntuoso da sbandierarle. Risulta tuttavia molto difficile non guardare un film dopo averne letto una sua recensione. Scrive "CinemaScope".