Se, per sfortuna o per dichiarata volontà, vi siete imbattuti nell’articolo precedente, vi sarete certo accorti che un decalogo per essere considerato tale deve contenere dieci punti, dieci messaggi, insomma qualcosa che risulti dieci. Avendo fatto in realtà un pentagono mi limiterò a comporne un altro.

La tecnica è la stessa, la modalità è invertita: Ad ogni telefilm il suo sport.

 

1-GAME OF THRONES – EPTATHLON

Se vi trovate con degli amici e non sapete cosa guardare, guardatevi il pilot di Game of Thrones: state sicuri che metteterà d’accordo tutti. C’è chi lo guarda perché stufo delle solite serie tv molto verosimili ma in realtà poco realizzabili, chi perché veramente è appassionato di medioevo (o fantasy che sia) e arti belliche, chi perché desidera essere nato nel 1500 solo per indossare quei bellissimi vestiti ricamati delle dame di corte e di regine malefiche, chi perché crede nella magia e chi perché crede nella spada. Insomma, diciamocelo, gli ideatori di Game of Thrones han messo d’accordo un po’ tutti, probellici, propolitici, prosentimentalisti, tutti entrano nel marasma narrativo di questo coinvolgente telefilm che comunque risulta il più seguito e sicuramente il più apprezzato degli ultimi tempi. Un maxilavoro che più che una serie tv ne contiene dieci, messe tutte insieme, un decathlon di generi e trame diverse, che declinano forza, velocità, resistenza ed elasticità. Le caratteristiche di un buon decathleta insomma, che per riuscire a vincere deve essere bravino in ognuna, perché impossibile eccellere in tutte. Quando si guarda una gara di atletica ci si dimentica sempre dei decatleti che poveretti sono lasciati in disparte perché, il loro, è un ambiente quasi utopico, troppo distante e inconcepibile dalle menti dalle monotone e sedentarie vite degli spettatori. Un mondo immaginario in pratica, fantastico, surreale. Se i decatleti corressero insieme a gazzelle e combattessero contro draghi non ci sarebbe nessuna sorpresa. Tutto per essere il re del decatlon, che fondamentalmente vuol dire essere il re dell’atletica, della più prestigiosa delle discipline sportive. In pratica sei il re dello sport, è più o meno come se sedessi sul trono di spade.

 

2-HOW I MET YOUR MOTHER – PALLACANESTRO

how I met your mother e la pallacanestro “Vi racconto come ho conosciuto vostra madre: c’erano cinque  amici al bar…” L’inizio è promettente, semplice, lineare, pulito.  Quasi quanto spiegare le regole base del basket: c’è una palla,  cinque giocatori, un canestro: sembra tutto facile. Ma quando si  sente il fischio d’inizio le cose iniziano a farsi più complicate.  Ok io faccio canestro, eppoi? Eppoi si rinizia l’azione con la  stessa passione e si spera nello stesso epilogo. Barney potrebbe  essere il playmaker, che smista palloni e detta il ritmo del gioco,  stabilisce l’andamento dell’episodio, ne caratterizza il tema, ne  particolarizza le fasi. Sebbene non sia il narratore, la sua figura  molto presente e a volte ingombrante lo pone sempre sotto i  riflettori, fino a farlo risultare poi il vero manovratore della combriccola, un vero maestro del gioco. Mosby, il vero  narratore, sarebbe un centro, che si immischia in ogni  situazione, in ogni azione, che fa sua ogni giocata, che deve  metterci sempre le mani e che poi in fondo in fondo ti aspetti sempre che sia lui quello che chiude le questioni. Marshall sarebbe l’ala grande, perché come stazza va a braccetto col centro e perché uomo tutto d’un pezzo, che è poco flessibile ma efficace nel suo dovere. Lily è l’ala piccola, perché volubile e declinabile nelle posizioni, perché la sa lunga e sfrutta le sue doti, e anche i suoi difetti. Perché di necessità ne fa virtù e ha un suo equilibrio chiaro e solido. Infine Robin rappresenta la guardia tiratrice, perché fa male quando si muove ed è temuta dalla difesa avversaria. Molto spesso le azioni ruotano attorno la sua figura, come il telefilm ruota attorno a lei, che come in un eterno ritorno si parte con un sentimento e si chiude con lo stesso, passando dalle altre figure per cercare supporto e visioni diverse di gioco, a volte riuscendo nell’intento, a volte solo scompigliando le carte. Cinque personaggi, in un campo d’azione troppo grande per essere controllato al meglio, dove gli imprevisti capitano, ma sono quelli che ti provocano il brivido che ti spinge a continuare a giocare.

 

3- BIG BENG THEORY – CURLING

Avete mai visto la nazionale di curling norvegese? Immagino di no. Da ormai un po’ di anni a questa parte si presenta alle manifestazioni più importanti in pantaloni scozzesi con abbinamenti di colori molto evidenti proprio per acquistare popolarità, e lo fanno a loro modo. Quattro ragazzi imbarazzanti, perfettamente disinibiti nella loro situazione socialmente disagiata che compiono azioni grandiose e difficilissime, ma nonostante questo incapaci di ottenere una popolarità forse anche meritata. Cioè, insomma, intendiamoci, se uno dovesse pensare allo sport che potrebbe praticare Sheldon Cooper gli verrebbe in mente qualcosa di cervellotico, di matematico, di irrazionale nella sua linearità. Come il tempo massimo concesso ad una squadra per lanciare tutte le sue stone: 73 minuti, mi raccomando non di più eh. Uno sport molto complesso e ragionato, dove nulla è lasciato al caso, che non tutti possono praticare, o che almeno per una volta va oltre i classici schemi potenza-vittoria. Un telefilm che parla di sfigati convinti, ma di successo. Un telefilm che potrebbe benissimo essere una partita di Curling.

 

4- SHERLOCK – CANOTTAGGIO

Trita e ritrita la trama è sempre quella: due amici, due colleghi, due conoscenti, uno più eccentrico, l’altro più defilato, uno più brillante e acuto, l’altro più riflessivo e risoluto. Assieme vanno in giro per la città (o per corsi d’acqua) in cui sono stati piazzati dai produttori/autori/sceneggiatori (o organizzatori) a risolvere misteri con brillanti teorie scientifico-psicologiche esercitando la popolare arte dell’induzione-deduzione-intuizione. Il setting più popolare del mondo, riadattato in mille salse. Più o meno come il canottaggio, dove il movimento basilare e l’obiettivo finale è rimasto immutato nel tempo, dai Fenici a Josefa Idem tutti l’hanno fatto nello stesso modo, perché è quello giusto, perché è il più produttivo. E si sa, tecnica che vince non si cambia. Canottaggio molto inglese c’è da dire, con famose illustrazioni di barche a remi ed ombrellini bianchi in soleggiati pomeriggi tamigini. E che c’è da dire anche che si presta bene inoltre come situazione propizia per esternare quell’umorismo inglese da latte alle ginocchia, tipo “ehi siamo tutti sulla stessa barca” oppure “quando l’acqua tocca il culo…”. Due persone, che remano nella stessa direzione, per trovare il colpevole, per trovare la soluzione, per trovare l’arrivo del caso: quanti significati profondi sulla condizione umana si sprecano in queste situazioni. Ma alla fine Sherlock non è questo? Lezioni di vita in pillole, o in puntate, buona remata!

Sherlock e il canottaggio

 

5- ONCE UPON A TIME – PATTINAGGIO DI FIGURA SU GHIACCIO

C’era una volta una bambina, con treccine color dell’oro e gote di rubino. L’aspetto grazioso e l’andamento leggiadro. Aveva un sogno, questa bambina, una tradizione che ogni inverno si riproponeva: indossava il suo vestitino candido con ricami argentei diligentemente tessuti dall’amata madre deceduta il giorno della sua nascita, e correndo felice si dirigeva verso lo stagno ghiacciato, in un totale stato di quiete e tranquillità. Indossati i pattini regalatigli dalla zia che tanto le voleva bene, iniziava a solcare quella superficie così liscia e trasparente, librandosi nell’aria gelida ma calorosa più che mai, assaporando la velocità del momento e sentendo quel brivido di libertà, misto gioia, misto grazia che ogni anno aspetta con ansia… Poi becca un sasso con il pattino, cade, scivola sul ghiaccio crepato procurandosi abrasioni e ferite e finisce per schiantarsi contro il tronco di un albero per la troppa velocità acquisita prima…

Più o meno è questa la sensazione che si prova guardando una dopo l’altra le puntate di “Once Upon a Time”: questo mondo così divino e asettico che tutto d’un tratto si trasforma nell’apocalisse 2.0. Non esistono mezze misure, non so, non è che a Emma viene un herpes al labbro e non può portare suo figlio a giocare al parcogiochi, no. Emma si prende l’herpes, ok, ma viene fuori che una vecchietta anni addietro in un mondo immaginario aveva predetto ai suoi genitori che semmai a Emma si fosse manifestato un Herpes al labbro tutta la popolazione sarebbe morta in una terribile catastrofe naturale e il mondo sarebbe esploso, tutti i mondi. E che partano i sensi di colpa, i pianti, lo stridore di denti, “-è colpa mia-…-no è colpa mia amata moglie-“ e blablabla. Evvai con la ricerca della piuma, del corno, della pentola che serve da antidoto a questo herpes micidiale che però è nascosto chissà dove nell’universo. La realtà in quel telefilm è una delicata combinazioni di fattori che se in equilibrio producono sentimenti e situazioni fantastiche e perfette, ma se anche solo uno di questi meccanismi si inceppa la catastrofe si esplicita. Non esistono mezze misure. Che è più o meno quello che accade in una gara di pattinaggio su ghiaccio: o fai tutto perfetto, o cadi. Soprattutto per chi non ha l’occhio ben allenato e guarda questo sport come semplice esternazione di un’arte su delle lame millimetriche interpreta la caduta come l’apocalisse sportiva e tutto il resto come un capolavoro. Non è ammessa la perdita di concentrazione, se ti distrai un attimo perdi mezza storia e non riesci più a capire nulla. Che invece di rilassarti mentre guardi l’ennesima puntata devi rivolgere tutte le tue attenzioni sulla trama, per non perderne neanche una sfumatura. Ma alla fine, lo sforzo, ne vale la pena.

 

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Francesco Bonato ne dice: l’anagrafe dice che è il più giovane della truppa, la truppa dice che l’anagrafe non conta. Di nome Enrico, poi il cognome è tutto un programma: “once a Pigozzi, always a Pigozzi” e se non sapete cosa intendo vi do un indizio, si misura in decibel. Scout, pallavolista, scienziato sociale, passa il tempo con musica e serie tv, ma il suo vero amore sono le grandi manifestazioni sportive. Esperto di strambe curiosità di contorno di cui nessuno pare occuparsi, ti racconta che la lanciatrice di stone canadese, quando non compete per una medaglia a curling, fa la bidella in una scuola di Montréal, Québec. Bevendo un aperitivo analcolico e sfogliando la gazzetta, rigorosamente partendo dalla fine, si sofferma sulla pagina del tennis e inizia il viaggio: finale di Wimbledon, prato verde, fragole con la panna. Scrive "Corsia Centrale"