Per una semplice coincidenza ci troviamo a essere la civiltà più avanzata mai esistita, dal punto di vista tecnologico. 
Dico coincidenza perché ho la netta impressione che, se la scelta fosse lasciata a noi abitanti del presente, ci troveremmo in realtà in una situazione molto più arretrata da questo punto di vista.

Posso anche affermare con una certa tranquillità che molti di voi, nel leggere la frase sopra avranno, per quanto fugacemente, sospirato un “magari…” nella propria testa.
Diciamo che in questa situazione ci siamo semplicemente capitati, un po’ trasportati dagli eventi passati, un po’ per abitudine.
E il problema è proprio questo.

Non voglio dilungarmi sull’etimologia o sulla storia del termine, quindi dico solo che prendo come buona la seguente definizione di tecnologia: lo studio di tecniche e sistemi per espandere le capacità umane oltre i limiti imposti naturalmente.
È ovviamente una definizione molto ampia, ma che ci permette di tenere dentro tutti quegli oggetti che hanno pian piano popolato le nostre esistenze.

Eppure, nonostante questa definizione che pare abbastanza positiva, non si riesce davvero a trovare un angolino remoto dove la tecnologia abbia in toto buona reputazione.
O meglio: va tutto benissimo in realtà, purché sia innocuo.

Ecco il problema fondamentale: ci vanno benissimo gli smartphone, la medicina, la sicurezza, i mezzi di trasporto, purché non sollevino dubbi, questioni morali, purché non mettano in discussione le nostre convinzioni più radicate.

Certo, c’è un motivo anche storico per questa situazione: è innegabile che il secolo in cui si è creduto di più nello sviluppo tecnologico sia finito con due guerre mondiali.
Ma la cosa assurda è che questo non ha fermato lo sviluppo tecnologico, anzi:lo ha accelerato enormemente.
Quello che abbiamo aggiunto è un occhio di rimprovero e scettico sullo sviluppo di nuove tecnologie e sui problemi che esse pongono.

Che si è trasformato in un occhio frivolo che su queste questioni non vuole nemmeno porsi seriamente una domanda e preferisce essere distratto dalla tecnologia applicata all’ultimo gadget scintillante.

Ma cosa c’è di sbagliato nel chiedersi perché la tecnologia non possa produrre veramente un cambiamento e un miglioramento della condizione umana? Perché dobbiamo ancora morire? Perché non possiamo decuplicare i fondi alla ricerca medica e arrivare a curare tutte le malattie? Perché dobbiamo ancora faticare per lavorare? Perché i combustibili fossili? Perché la fame se abbiamo strumenti o possiamo inventarli per eliminarla?

Ma queste domande non devono essere solamente poste a livello della loro fattibilità, devono essere poste a livello ideologico, dei valori.
A noi va bene che la scienza crei degli arti cibernetici e li impianti su un uomo per ridargli la deambulazione?
E se sono occhi?
E se per inventare nuove cure dobbiamo creare in laboratorio delle creature per sperimentare nuove scoperte?
E se fosse possibile scegliere, sarebbe giusto non morire più?

Questi sono i problemi che non ci poniamo.

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Certo il problema è nel nostro sistema economico: il nostro è un capitalismo ludico e fortemente teocratico.

Passata da tempo la fase in cui l’economia si nutriva con la soddisfazione di bisogni, ora produce strumenti ricreativi che diano sensazioni appaganti, non che allontanino la fatica di lavorare, la morte, il dolore o i limiti fisici e psicologici che la natura ci ha messi davanti.

Pensate alla contraddizione magnificamente espletata dal panorama americano: la destra repubblicana è tipicamente orientata dalle richieste della grande industria che applica scienza e tecnologia in tutti i campi per aumentare i profitti.
La stessa destra che è conservatrice, attaccata alle superstizione antiscientifiche più ottuse, contraria a qualunque progresso in campo medico che vada a toccare la natura umana e fondamentalmente contraria alla scienza.

Non c’è nessun interesse per il miglioramento della condizione umana se va a cambiare la condizione umana stessa: e questo è un pensiero fortemente influenzato dalla religione, dal pensiero dell’immutabilità della natura, stabilita eternamente dalla divinità.

E paradossalmente tutti i discorsi umanistici e della sinistra anticapitalista finiscono per fare lo stesso gioco: da quelli del “ma la sofferenza fa parte della natura umana” alla “decrescita felice”.
Come sempre parole per confondere e far accettare un destino che sembra immutabile: ma perché bisogna semplicemente accettare che il dolore non sia eliminabile quasi del tutto, perché bisogna voler di meno quando possiamo studiare una maniera per avere di più e meglio, tutti quanti?
E senza nemmeno più sfruttare oltre misura un pianeta che abbiamo distrutto non per lo sviluppo incontrollato ma per lo sviluppo inefficiente.

Ecco questo è il nostro problema con la tecnologia: proprio ora che ha la possibilità di cambiare davvero le cose, ora che possiamo anche avere qualche dato in più per utilizzarla in maniera sensata, proprio ora ci stiamo richiudendo a riccio in un pensiero irrazionale e impregnato di valori dati per scontati e imposti da un sistema economico che prospera in questo ambiente.

Alla tecnologia, prima di tutto, bisogna tornare a pensare. Di più che ai marò.

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Andrea Nale ne dice: l'uomo dalla troppa curiosità. All’inizio non sembra essere un problema: lo porta a scoprire sempre cose nuove, a iscriversi a filosofia, a provare nuove esperienze. Poi Fabio comincia tragicamente a chiedersi come si fanno certe cose e se saprebbe farle anche lui…e questo è l’inizio della fine. In breve si è ritrovato la casa piena di strumenti musicali, libri, progetti di falegnameria iniziati e mai finiti, disegni, pezzi di pc, vinili, racconti e libri di cucina. Nonostante tutto questo, continua a divertirsi. Si occupa di digitale e cultura perché in questo periodo gli piace così. Scrive Meta Tag.