Un altro anno se n’è andato. Per un appassionato di calcio gli ultimi giorni dell’anno sono sempre qualcosa di particolare, tra considerazioni su quello che è stato e sogni per quello che sarà. Sogni sempre ben alimentati dal calciomercato che si apre ai primi di gennaio.

Soprattutto, l’appassionato di calcio non vede l’ora che questi monotoni giorni senza partite finiscano al più presto. E per fortuna che in Inghilterra non si fermano mai e qualche partita in diretta la si può sempre rimediare.

In questo periodo, dunque, tv, giornali, blog e riviste si sbizzarriscono nel raccontare eventi e partite, per far rivivere emozioni e delusioni ai tifosi, o semplicemente per riempire quel buco altrimenti occupato da improbabili discussioni di mercato.

Ebbene, quest’anno mi voglio adeguare anch’io alla moda. E allora eccovi una personalissima lista di avvenimenti importanti del 2014 calcistico. Una raccolta di ricordi totalmente soggettiva, libera e parziale. Perché sì, sono sicuro che tante altre cose mi verranno in mente una volta chiuso e inviato tutto.

 

1. LA PARTITA DELL’ANNO: BRASILE – GERMANIA 1-7

lungoibordi - ribaltamentodifronte - 2014, sconfitta brasile
La Germania conquista la finale dei Mondiali 2014 battendo il Brasile 7-1.

L’epica calcistica è fatta di racconti, leggende e aneddoti che puntualmente tornano ad essere raccontati ogniqualvolta capiti l’occasione propizia. Spesso, però, sono raccontati più per il piacere della narrativa e della storia che perché convinti possano effettivamente ripetersi.

È dunque logico che per un Campionato del Mondo giocato in Brasile si rispolveri la storia di quel lontano 1950. Il Maracanazo. Ossia di quella volta in cui la nazionale verdeoro, campionessa annunciata, perse il titolo in favore dell’Uruguay di Obdulio Varela e Alcides Ghiggia.

Si giocava al Maracanã, lo stadio più grande e leggendario, tutto era già pronto per la festa. Finì invece con infarti, suicidi, il lutto nazionale, un portiere additato come capro espiatorio e morto solo, dimenticato da tutti.

Una storia che non può ripetersi. Di certo non oggi, con un calcio così evoluto, così livellato su valori in equilibrio. E invece ecco una caduta se possibile ancor più fragorosa. Una sconfitta epocale.

Un gol dietro l’altro, la sensazione di disagio e compassione sempre più forte in chi guarda (“speriamo che questi si fermino”), la gente incredula, i bambini in lacrime.

Oltre al danno la beffa: Miroslav Klose che proprio in quella partita supera Ronaldo, fenomeno di casa, nella classifica dei migliori marcatori di tutti i tempi ai Mondiali.

Eccovi servito “El Mineirazo”.

 

2. LA SCIVOLATA DI STEVEN GERRARD

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Steven Gerrard, centrocampista del Liverpool.

Pensate di essere nati e cresciuti in una città, essere tifosi di una delle sue due squadre, cominciare a giocarvi. E poi dedicarvi completamente alla causa, diventare bandiera del club.

Tutto questo è Steven Gerrard. Uno dei più grandi centrocampisti dell’ultima decade.

La scorsa stagione il Liverpool, dopo anni di anonimato, arriva ad un passo da un titolo che manca dal 1990. Manca praticamente solo la matematica, la partita in programma quel giorno è contro un grande avversario, il Chelsea di Josè Mourinho. Ma è un Chelsea che ha ormai abbandonato i sogni di titolo, per di più distratto dall’imminente semifinale di Champions. Insomma, nulla sembra più poter ostacolare la corsa di Stevie e dei suoi Reds.

Invece, in quello splendido pomeriggio di fine aprile, su un innocuo passaggio di un compagno, Gerrard scivola e non controlla il pallone, lasciando via libera a Demba Ba, l’impietoso attaccante avversario.

Gol.

Nonostante un generoso assalto finale, il Liverpool non riuscirà più a pareggiarla. E il titolo se ne vola dalle parti di Manchester.

Un altro appuntamento con la storia rinviato. Uno dei finali più crudeli mai scritti per una favola unica.

 

3. BIELSA-MARSIGLIA, SIMEONE-ATLETICO: LA SIMBIOSI ALLENATORE-SQUADRA

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Marcelo Bielsa, allenatore dell’Olympique Marsiglia.

Ci sono luoghi in cui un uomo può dare il meglio di sé, luoghi che sembrano creati apposta per lui. Anche nel calcio è così: squadre che sembrano fatte su misura per un allenatore, allenatori perfetti per insegnare calcio in quell’ambiente.

Marcelo “El Loco” Bielsa, argentino di Rosario, è il classico allenatore-personaggio. Un personaggio bizzarro, carismatico, eccentrico; un allenatore votato ad un calcio ultra offensivo, caratterizzato da dinamismo, velocità folle e pressing asfissiante.

Odiato dalla stampa per i suoi modi burberi e le sue conferenze stampa incomprensibili, adorato dai tifosi per la sua follia, la sua serietà professionale e la sua onestà. Di lui si sa poco in via ufficiale, e questo favorisce tutto un fiorire di leggende sul suo conto.

In estate, dopo l’esperienza nei Paesi Baschi alla guida dell’Athletic Bilbao, è approdato all’Olympique di Marsiglia, una squadra fuori dagli schemi in una città pazza e violenta.

L’empatia è stata istantanea, dentro e fuori dal campo. E ora l’Olympique è primo in classifica, davanti anche a quel Paris Saint Germain che grazie ai milioni degli sceicchi sta dominando il campionato francese da un paio di anni.

Un connubio esplosivo, “Loco”, per sovvertire le gerarchie e far sognare gli amanti di un calcio spettacolare, dove uomini e idee vengono prima dei soldi.

Ah si…molto spesso vi capiterà di vedere Marcelo Bielsa assistere alle partite in questo modo.

Un altro argentino, Diego Pablo Simeone, detto “El Cholo”, è stato un grande giocatore. Lo ricordano volentieri soprattutto i tifosi di Inter e Lazio. Poi, da allenatore, ha dato seguito ad una carriera straordinaria. Racing Avellaneda, River Plate, Catania. E la consacrazione all’Atletico, la seconda squadra di Madrid, sempre all’ombra del maestoso Real.

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Diego Simeone, allenatore dell’Atlético Madrid.

El Cholo guida una squadra senza fenomeni, ma con una grinta, un temperamento e una passione fuori dal comune. Una squadra costruita a sua immagine e somiglianza, che non concede nulla allo spettacolo, ma che si fonda su unione, organizzazione e pragmatismo.

E sono queste le armi che hanno concesso a Simeone e ai suoi uomini di rompere un’egemonia che sembrava indistruttibile, quella costituita da Real Madrid e Barcellona. La vittoria del campionato a 18 anni dall’ultima affermazione e una Champions League sfumata all’ultimo secondo e poi ai supplementari.

Nota a margine: 18 anni fa, quando l’Atletico Madrid festeggiava il suo ultimo titolo, Diego Pablo Simeone era in campo come giocatore.

Un uomo e il suo ambiente ideale.

 

4. UN ANNO DI RITIRI ECCELLENTI

Nel 2014 hanno dato l’addio diversi campioni, giocatori che hanno fatto la storia del gioco in epoca più o meno recente.

Da Seedorf (che ha lasciato per allenare il suo Milan) a Rivaldo (extraterrestre mancato proprio in maglia rossonera), da Veron a Juninho Pernambucano (con le loro magiche punizioni), da Rogerio Ceni (portiere goleador mai abbastanza famoso) a Camoranesi (uno dei miei primi idoli all’Hellas) a Giggs (uno dei principali motivi della mia adorazione nei confronti del calcio inglese).

Ma mi piace ricordarne due in particolare: Javier Zanetti e Thierry Henry.

Sono stati forse i giocatori che maggiormente ho amato per lo stile, il comportamento e tutto quello che un calciatore può rappresentare anche al di là della prestazione sul campo.

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Javier Zanetti

Zanetti con quei suoi capelli sempre perfetti, ineccepibili. Un esempio di professionalità, serietà e sportività. Mi sono sempre chiesto come facesse a rimanere così calmo in ogni situazione, a dimostrare una tale pace interiore.

Poi, la sua parabola da giocatore, capitano e bandiera dell’Inter è un po’ quella in cui ogni tifoso nerazzurro si è riconosciuto negli ultimi anni, tra delusioni e prese in giro, tenacia e trionfi.

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Thierry Henry

Henry con quello stile magistrale. Ti innamoravi del suo modo di stare in campo, quell’eleganza e quella potenza miste quasi a snobismo e indolenza, tipiche di chi sapeva di essere, per distacco, il più forte. Ma si trattava semplicemente di intelligenza e lucida consapevolezza. E poi quel suo modo di portare i calzettoni, tirati fin sopra il ginocchio.

Che classe, il buon vecchio Titì.

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Francesco Bonato ne dice: Giacomo Mozzo ama la precisione. E non parlo di quella consuetudine che prevede che ci si faccia trovar pronti all’ora che si è deciso, nel luogo che si è deciso, perché state sicuri che lui è in ritardo. Parlo di quella ricerca del particolare, dell’ordine, delle cose fatte bene col tempo che ci vuole per farle; attenzione maniacale per l’attuale che ti porta ad essere in ritardo per quello che devi fare dopo. Magro, potremmo dire anche smilzo, con i piedi buoni e il cuore grande, ha passione per lo sport, in particolare il giuoco del calcio. Viene spesso paragonato ad un’enciclopedia, pozzo di sapienza e archivio di statistiche, le quali sapientemente utilizza per condire belle storie. Altro? Ama viaggiare. La sua valigia rimane così perfetta che, a vederla, non capite se deve ancora partire o è appena tornato.